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FRANCESCO DE SANCTIS, il viaggio elettorale Morra – Zurigo e ritorno.

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di Michele Bortone

Quanto poteva essere determinante la politica ieri, e cosa rappresentano oggi gli stessi schemi, o le stesse ideologie, tutto ruota intorno ad un sistema che é quello della logica degli interessi: (se tanto mi da tanto = scopo.) Ogni mondo è paese, “o paese che vai usanze che trovi.I patti i compromessi, le strategie facciamo questo e quell’altro; abbiamo dei progetti e degli obbiettivi ben strutturati e programmati, per cui vedrai che tutto sarà risolto. Senza mettere in conto delle accuse reciproche sui mali che affliggono  il paese  che ascoltiamo nei discorsi elettorali. Ma ci siamo mai chiesti se è sempre stato così o peggio. Di questo ce lo racconta Francesco De Sanctis con il suo viaggio elettorale e la “NUOVA SINISTRA”.

Ministro della Pubblica Istruzione nel gabinetto Cavour e per solo 15 giorni nel ministero Conforti, riesce a dare misura di sé in quel brevissimo periodo, con la riorganizzazione dell’università.

Deputato nel 1861 di Sessa Aurunca.

Passato all’opposizione all’epoca del ministero Rattazzi, prende corpo da un discorso alla Camera del 1864, un’idea di un nuovo partito (la nuova sinistra) sinistra giovane. De Sanctis dirigeva il quotidiano l’Italia, organo dell’Associazione Unitaria Costituzionale fondata da Settembrini nel ’63, giornale di una sinistra moderata, laica democratica. Cosa rappresentavano gli amici: eppure a quei tempi vigeva una regola di ferro:

patti chiari amicizia lunga “ più chiaro di così:”

 La morosa di Lacedonia”, il Dott. Vincenzo Franciosi Sindaco del 1851, il Teologo Dott. Nicola Franciosi, l’amico Michelangiolo, vecchio collega al Consiglio provinciale e tanti altri. (nonostante tutto portò a casa 20 voti) che De Sanctis ripagò con sudore e fatica durante il percorso del suo viaggio elettorale. E c’era da fare i conti con il malessere che attanagliava il Meridione.

L’ avventura di questo grande artista meritava molto ma molto di più.

 Il 15 maggio 1848 a Napoli scoppiano i moti, il maestro De Sanctis è sulle barricate con i suoi scolari, uno dei quali Luigi La Vista cade sotto il piombo borbonico. Sul finire del ‘49 parte per Cosenza come precettore e scrive i primi saggi critici, e qui viene arrestato verso la fine del ’50, portato a Napoli e rinchiuso a Castel dell’Ovo. Arrestato dagli svizzeri, indugiava e spiegava ai suoi carcerieri il significato della rivolta, ch’egli accostava a quella dell’antica Elvezia. La polizia riteneva pericoloso quel professore che, con l’adesione alla setta dell’Unità d’Italia esercitava ed influenzava i giovani. Senza processo e senza troppo speranze, De Sanctis reagisce e studia il tedesco. Liberato nel luglio del ’53, fu destituito dall’insegnamento nel collegio militare, per essere esiliato in America, sbarca a Malta, e di li parte per Torino, allora rifugio di esuli di ogni parte d’Italia che ricevevano un modesto sussidio.

A Torino insegna in un istituto per giovinette, non riesce ad ottenere una cattedra universitaria a causa dell’ostilità dei baroni accademici. Nel marzo del ’56 riprende l’insegnamento con particolare impegno  alla Eidgenössiche Polytechnische Schule di Zurigo, che opera fino a luglio 1860 conobbe Mazzini, sottoscrisse il manifesto del Partito d’Azione e partì per l’Italia; sempre attento agli eventi italiani. Intuì che il tempo li dava ragione e ritornò a Napoli nell’agosto del 1860, Garibaldi lo nomina governatore  della Provincia di Avellino, poi da Cavour fu nominato Ministro della Pubblica Istruzione. proprio da questa nomina e da un’occasione politica nasce il racconto (un viaggio elettorale).

 Alle Elezioni del ’74 l’anno in cui si forma ufficialmente la giovane sinistra, De Sanctis si presenta candidato nel collegio di San Severo (Foggia) e in quello di Lacedonia (Avellino) e De Sanctis ottiene i voti necessari per essere eletto in entrambi i collegi. La Camera dei Deputati invalida le elezioni del collegio di Lacedonia, a causa di scritte sulle schede. Per cui viene indetto per il 17 gennaio ’75 un altro ballottaggio, De Sanctis viene eletto con 386 voti contro i 289 del Soldi. Il disagio e le difficoltà che il De Sanctis affrontò nel Viaggio elettorale, splendida cronistoria di una incomprensione fra un intellettuale-politico e il suo popolo. Il viaggio avviene nell’intervallo fra la votazione di ballottaggio del 15 novembre, e quella definitiva del 17 gennaio ’75.

Cosa muoveva il non più giovane De Sanctis a un lungo viaggio così faticoso, di misurarsi con la realtà, oppure mostrandosi dopo anni di assenza a persone ed essendone riconosciuto, ormai divenuto un personaggio importante. Oppure il desiderio di spezzare il cerchio chiuso dell’avvilente provincialismo, di mandare a monte le brighe dei candidati mafiosi e di muovere guerra ai ras locali, con l’unica arma.

Dell’aspra sincerità e dell’onestà.

De Sanctis abile conservatore e perfetto conoscitore degli umore del pubblico – da conferenza o da comizio – al quale rivolgersi  nel modo giusto.. La complessità dello scrittore, a tal punto di fargli riprendere i temi-base della sua teoria dell’arte: Riapre il capitolo della critica o dell’estetica, il “viaggio” lo porta in mezzo a “gente”, a “paesi”, di cui ne ricava impressioni indelebili. Da dei titoli, nell’accostamento curato e ben preciso di un aggettivo al nome del paese visitato, con accoglienze variopinte, amichevoli come a: “Bisaccia la gentile”, “Rocchetta la poetica”, “Calitri la nebbiosa”, “Andretta la cavillosa” e Lacedonia isolata senza epiteto.

Di questa “provincia” italiana, di quel momento storico, De Sanctis fornisce uno spaccato di tutto rispetto. Il pezzo forte di un politico che viene raggiunto, nel mezzo della campagna elettorale, la notizia del rovesciamento del fronte. Il suo avversario cambia bandiera, è passato a sinistra. Per cui il Comitato Centrale dell’opposizione impone a De Sanctis di ritirarsi: il professore non accetta quello che gli pare un sopruso.

La giornata elettorale del 17 gennaio De Sanctis la trascorre al suo paese, “Morra” tra parenti e memorie, e quel formidabile essere collettivo, (che è la folla): lo ama e lo odia, lo  tradisce e lo esalta. Nel secondo ballottaggio De Sanctis ottiene 97 voti più dell’avversario, contro i precedenti 77: Per cui la sua presenza e la fatica del suo viaggio elettorale venne ripagato con solo miseri… venti voti! Ma addentriamoci nelle memorie del viaggio di Francesco De Sanctis e al:

“La che dà l’attacco ai suoi orchestrali”

Napoli 25 gennaio 1875

Cara Virginia, sono tanti anni che non ci vediamo. Ma tu hai sempre serbato un piccolo posticino nel tuo core per me e per la mia Marietta, e in ogni capo d’anno ci hai mandato una tua letterina. Questa volta mi hai mandato un letterona, e mi dici tante cose, il tuo viaggio in Inghilterra, i tuoi giudici sulla nostra prosa, e mi parli delle Lettere critiche del Borghi, e mi esponi i tuoi dubbi, e vuoi sapere dal tuo antico maestro che libri hai a leggere e che indirizzo hai a tenere.

Caspita! Dissi tra me: “Virginia, non le basta esser divenuta una principessa; ora la pretende a letterata, e giudica perfino del Borghi, e fa un ritratto del suo ingegno e del suo carattere la sicurezza e la chiarezza della spontaneità femminile. Vedi un po’ come va il mondo: Borghi giudicato da Virginia! E domani toccherà a me, e a tanti altri.

Giudizi formidabili quelli di donna, che vanno diritti come l’istinto, a primo getto, a impressione, e spesso più sicuri che sillogismi fabbricati dà dotti.” Volevo risponderti subito, ma era tempo di elezioni, e posi la tua lettera da parte, e dissi: risponderò dopo.

E questo “dopo” è venuto molto tardi per me: le elezioni erano finite, ma la mia elezione continuava. Vidi contestata la mia elezione nel collegio nativo.

Allora ho pensato a te, o Virginia. Non so cosa sei divenuta, ignoro la tua vita, sento che in te ci deve essere ancora molto di buono, poi che ti ricordi del tuo vecchio maestro. La Virginia a cui scrivo è quella giovinetta, che mi sta sempre innanzi, con quegli occhi dolci, con quella voce insinuante, a cui l’esule raccontava le sue pene, ricordava la patria lontana, e tu commossa mi dicevi: Poverino! Ero da poco in Torino, mi fu offerto il solito sussidio: ed io dissi: no, voglio vivere col mio lavoro. Ora che il direttore di un giornale torinese mi concede ospitalità, tutte queste memorie mi s’affollano, ed io mi ripresento a Torino con l’animo di chi risaluta la sua seconda patria.

Quando si rivolgeva all’antica allieva del cuore di Torino, e le memorie di un tempo infelice per l’uomo,(L’amore per TERESA DE AMICIS) e pienamente vissuto nella giovinezza.

E quando mille pensieri si rincorrevano nella sua mente e si chiedeva – dove sono rintanati i miei avversari? Non vengono a farmi visita. Un pò di gentilezza non è poi male, mi pare.

Ed ecco quelli di Rocchetta, che venivano a congedarsi da me con un muso asciutto, come mi volessero rimproverare: “VE L’AVEVAMO PUR DETTO, LACEDONIA È TUTTALTRO”.

Francesco De Sanctis durante il suo faticoso ed emozionante viaggio elettorale si rivolgeva al popolo con decisione distinta, e ad ogni paese dava un nome poetico  romantico: Rocchetta la poetica, Bisaccia la gentile, Andretta la cavillosa, Calitri la nebbiosa, Lacedonia l’arcipoetica. Venne solo da Bisaccia don Pietro per dirgli che lì tutti lo attendevano. Quell’accoglienza lieta e schietta, che gli fece il popolo di Bisaccia, come si fa ad amico desiderato e atteso, e le ispirava fiducia piena. Sentiva quella gente come fosse in mezzo alla sua famiglia. Gli parlarono del castello di Bisaccia, dove si diceva che era stato il Tasso, e gli promisero di mostrargli la stanza dove aveva dimorato.

Come al solito De Sanctis si prese la solita mezz’oretta di raccoglimento, e diritto alla casa comunale. Sala piena. C’era li, tutta Bisaccia. Ringraziò tutti per quell’atto di cortesia che fece onore al paese, il quale d’ora innanzi chiamò Bisaccia la gentile. A Rocchetta la mia parola era calda e fiduciosa, a Lacedonia fu concitata e quasi sdegnosa. La gioia era dipinta su tutti i volti bisaccesi, e anche sul volto del De Sanctis, soddisfatto, e ricompensato abbastanza del viaggio. La scena finì con un pensiero gentile:

Don Pietro inviò un telegramma al deputato Mancini:

“Bisaccia, facendo festa a Francesco De Sanctis, rammenta un’altra illustrazione, e manda un saluto riverente a Lei, gloria d’Italia, onore alla provincia.”

Lo condussero al castello e gli mostrarono la stanza del Tasso: Chi diceva è questa, e qui, no è l’altra; e il De Sanctis si fermò in una che aveva una vista infinita di selve e di monti e di neve sotto un cielo grigio. “POVERO TASSO! ANCHE NELLA TUA ANIMA IL CIELO ERA FATTO GRIGIO. Ma a Lacedonia era tutt’altra cosa, musica diversa anche se gli orchestrali erano sempre gli stessi.

Come e dove  si celavano gli amici e nemici invisibili.

Il nostro egregio Deputato on. Francesco De Sanctis, di cui Lacedonia è gloriosa per averne egli accettato il diritto di cittadinanza conferitogli nella seduta consiliare ordinaria dell’autunno 1876. Diceva il De Sanctis: “Io voglio spiegarvi, cosa è per me Lacedonia. Nei miei primi anni sentivo spesso dei nostri parenti di Lacedonia, andai via a vent’anni in mezzo a tanti giovani più amici che discepoli, mi torna in mente Lacedonia, e venni qui a cercarmi la sposa era nato il mio primo amore, anch‘esso non coronato per meschini interessi di parte: da egoismi e puntigli paesani. E ricordando questo primo amore, e nella sua immaginazione infantile univa insieme Morra e Lacedonia, come una patria sola.

E così il 17 gennaio nella sala consiliare comunale De Sanctis un po’ amareggiato della non presenza del suo caro amico Michelangelo, fece  il giro della sala, e disse un po’ turbato: e il canonico Balestrieri? E Saponieri? E il Salzarulo e l’arciprete? E il teologo entrò e si pose fra gli ultimi, come se non volesse farsi vedere. L’arciprete gli disse che era andato ad assistere un moribondo e le faceva le scuse. De Sanctis prese la parola dicendo: “Amici miei, la mia presenza qui nel cuore dell’inverno vale tutto un discorso. Io vengo senza corteggio di giornali, di comitati, di carrozze, io vengo solo, non portandomi appresso altro che il mio nome.” Quale fu la mia vita poi, voi lo sapete. Illustrai la patria con l’insegnamento, e cacciato in esilio, la illustra con gli scritti, che forse non morranno.

Tornai dall’esilio con l’aureola del martirio, del patriottismo e della scienza, e fui governatore di questa provincia, e fui ministro di Garibaldi, e fui deputato di Sessa e non fui deputato di Lacedonia. Voi mi preferiste Nicola Nisco, ancorché eletto in altro collegio e decretaste il mio esilio dal collegio nativo. Dopo quattordici anni di cotesto secondo esilio, l’esule viene a chiedervi la patria, date la patria all’esule. Restituitemi la parola data, non mi togliete la patria. Siete divisi, ma siete tutti figli di Lacedonia. E se qualcuno dicesse male di Lacedonia, non vi sentireste tutti offesi, tutti come una sola persona? Pensava bene De Sanctis e parlato anche bene soddisfatto del suo bel discorso, si chiedeva se qualche eco delle sue parole sarebbero pur giunta ai suoi invisibili. Ed ebbe subito una risposta e un incoraggiamento degl’invisibili un telegramma epigrafico:

“L’entusiasmo passa, gl’interessi restano.”

 Della sua vita Francesco De Sanctis disse che ebbe sempre due risvolti, quello politico e quello letterario non distinguibile l’uno dall’altro. Fu uno dei più illustri italiani dell’ottocento e dopo la sua morte fu degnamente commemorato in tutta la nazione, e addirittura il paese in cui nacque, Morra Irpinia in provincia di Avellino, mutò il proprio nome in Morra De Sanctis, in onore del grande letterato. De Sanctis  nacque il 28 marzo  1817, la sua passione politica e culturale non si spense neanche con l’esilio dapprima a Torino e poi Zurigo.

Fu tra i primi deputati al Parlamento Italiano e primo ministro dell’Istruzione, conservando l’incarico nei gabinetti Cavour, Rattazzi e Cairoli. Nel 1882 rifiuta la nomina di Senatore offertogli dal Petris e riesce ancora una volta a farsi eleggere deputato, non più in Irpinia, bensì nel collegio di Trani.  Fino alla morte soleva ripetere:

“Mi eleverete statue con medesima semplicità”

Dopo aver lottato contro gravi infermità, morì il 29 dicembre 1883, nella sua casa di Vico San Severo a Napoli. Il 4 gennaio dell’anno successivo ebbe un funerale memorabile. Come atto di omaggio il suo corpo fu imbalsamato, e rimase insepolto e dimenticato per nove anni in una cappella del cimitero di Napoli. Si deve alla vedova Maria Teresa Arenaprimo, che nel 1892 dispose la sepoltura. E così, dopo anni di incuria, il nostro si ritrovò ad avere due sepolcri, e negli stessi anni fu onorato e commemorato con statue, busti e lapidi in tutta Italia.

Il 28 marzo  2007, ricorre il 190° anniversario della sua nascita, De Sanctis si sentiva ”Maestro nato”, l’uomo che si rivolgeva ai giovani dicendo:

GIOVANI STUDIATE SIATE INTELLIGENTI E BUONI, L’ITALIA SARÀ QUELLO CHE SARETE VOI

E un bel giorno del 13 aprile 1861, ebbe a dire: “noi saremo contenti quando in Italia l‘ultimo degli Italiani saprà leggere e scrivere”. Voleva che ogni creatura fosse un uomo libero e per lui l‘uomo libero era solo l‘uomo istruito.

Con questo mio studio ho voluto raccontarvi ed esaltare il lavoro di questo grande critico.  Di Francesco De Sanctis ci sono in commercio diverse pubblicazione. Tra cui:

Un viaggio elettorale; Lettere a Virginia; Storia della letteratura italiana (di 1532 pagine)

Michele Bortone

  • E’ stato per 5 anni presidente l’Associazione Culturale Lacedonia.
  • Ha creato il progetto e organizzato il Premio Internazionale di poesia pittura e musica “FRANCESCO DE SANCTIS”.
  • Ha curato e divulgato il volume di 210 pagine:”LACEDONIA DAL MEDIOEVO AL XX SECOLO” attraverso le fonti archivistiche di Carmine Ziccardi.
  • Attualmente è presidente dell’ Associazione lacedoniesi nel Mondo.

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