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A LACEDONIA NON SI VIVEVA DI SOLO ARIA

LACEDONIA 2
Michele Bortone

Ma il Pacichelli, il De Simone e il Giustiniani, nelle loro opere insistono sulla sobrietà dell’aria, per essere situata ad un’altezza di circa 734 m. sul livello del mare, una superficie territoriale di kmq 81,57, con un clima invernale spesso rigido ed estati fresche e ventilate. Questo è Lacedonia, attraversata da una strada interna che attraversa tutta l’Irpinia, toccando centri come S. Angelo dei Lombardi, Bisaccia, la stessa Lacedonia e prosegue verso Melfi-Venosa. Una via a quei tempi utile era la sola interna a collegare i centri del nord-est del Principato Ultra con il meridione della Daunia e con la Capitanata, riducendo le tante difficoltà per raggiungere la più comoda strada delle Puglie che transitava più a nord. Territorio tipico della media collina nella natura incontaminata dai monti dell’Alta Irpinia, dove il fiume Calaggio e l’Ofanto segnano i confini naturali con Puglia e Basilicata. Un altro aspetto importante dell’agricoltura, non trascurabile quella della pastorizia, e alla produzione locali dei derivati del latte come formaggi e caciocavalli; senza trascurare il bene più importante che era la ricchezza delle acque, che consentiva la coltivazione degli ortaggi e consentiva, specie a Lacedonia, una pesca abbastanza fruttuosa per la presenza di capitoni, anguille, carpe e tinche.

Un po’ di storia antica

Addentrandoci nella storia mi limito a descrivere quanto ci hanno tramandato gli antichi eruditi, tra cui il Palmese e il Pacichelli, la quale Lacedonia vanta vecchissime origini, ma poco chiare, secondo il Palmese nelle grotte scavate sul versante meridionale del colle su cui poggia il centro abitato si sarebbe avuto un insediamento rupestre degli indigini Irpini. Il nome Lacedonia, deriva dall’osco AKUDUNNIAD, le tracce più visibile ci portano nel 293 a. C. ad AQUILONIA (oggi Lacedonia), dove, in località detta “Chiancarelle” fu combattuta la battaglia decisiva della terza guerra sannitica: la formidabile Legione Linteata fu annientata dai Romani.

Lacedonia ha sempre rivendicato di essere stato il luogo della battaglia intitolando “CORSO AQUILONESE” una sua strada importante, proprio per richiamare il suo antico nome, e seconde le iscrizione su monete bronzee di quell’età rinvenute nell’uogo, godeva di denominazione diverse come Cedogna, Lacidogna, Cidonia. Sotto ROMA, AQUILONIA (Lacedonia) era un importante MUNICIPIO, un centro urbano sannitico, preesistente alla conquista romana. Le lapidi, trovate sul posto, si riferivano all’ordinamento romano dei municipi: assessori alle finanze e alle opere pubbliche, consiglieri e una Congrega addetta al culto AUGUSTO. La via principale del paese si chiama “CORSO AUGUSTALE”, in ricordo all’Imperatore Molte altre testimonianza ha lasciato ROMA a Lacedonia: stele, monete, ricordi funerari, un tempio alla DEA ISIDE sulle cui rovine fu costruita la chiesa di SANTA MARIA DELLA CANCELLATA. L’antica città aveva la piscina, le terme, giardini pubblici, l’anfiteatro, lavatoio, una fornace e, in località “detta “i capi dell’acqua”, una “mutatio”, stazione destinata al solo cambio di carri e cavalli.

Arrivano i Benedettini

Con l’avvento del CRISTIANESIMO, Lacedonia fu possesso dei monaci Benedettini ai quali era stata donata dall’Imperatore GIUSTINIANO nel 517 d. C. Purtroppo il terremoto del 5 dicembre 1456 vigilia della festa di S. Nicola, distrusse il paese, che fu ricostruito in un luogo diverso. S. Nicola, deluse i Lacedoniesi che gli affiancarono S. Filippo Neri.

Il feudatario Giannantonio Orsini la fece ricostruire nella parte sud-est della collina, chiudendola in una cinta muraria con quattro porte, tre delle quali ancora oggi esistenti. Le quattro porte, fiancheggiate da torri, erano: Porta di Sopra, presso il Palazzo Vescovile, abbattuta nel secolo scorso; Porta La Stella, nelle vicinanze delle rupi; Porta di Sotto, Porta degli Albanesi, dove il Principe Orsini fece costruire un castello per dimora signorile. La chiesa di Santa Maria della Cancellata fungeva da chiesa madre o cattedrale. Ma era un pò fuori dell’abitato; in questo funzionava bene però la Chiesa di S. Antonio (che sarà poi inglobata nella nuova cattedrale nel secolo XVIII) e che resta memorabile per la famosa Congiura dei Baroni, che vi si tenne l’11 settembre del 1486 tra i baroni, signori dei paesi vicini, quivi convenuti per dichiararsi avversari agli aragonesi di Napoli. La congiura però fallì e il Re punì pesantemente i congiurati.

Dai Pappacoda ai Doria

Il 1501 Lacedonia fu acquistata da Baldassare Pappacoda, l’incremento di popolazione per Lacedonia nel 1532 era di 250 fuochi (cioè famiglie), nel 1545 di 281,nel 1561 di 299, e nel 1595 di 327. I Pappacoda, sulle cui vicende avremo modo di occuparci piú dettagliatamente in seguito, provenivano dall’isola di Procida. A Lacedonia i Pappacoda si erano insediati ai principi del secolo XVI e senza soluzione di continuità vi erano rimasti fino alla metà degli anni ottanta; basta pensare alla rivoluzione scoppiata a Lacedonia il 1547 (è l’anno del tentativo di introdurre l’inquisizione spagnola a Napoli!) e che il Colapietra ha definito di “singolare importanza”, proprio contro Carlo Pappacoda, costretto a fuggire a Nusco con il padre Ferrante per sottrarsi alla furia della città. La rivolta che il Collapietra colloca nel quadre generale “della guerra sociale delle campagne” ancor prima del 1585 “ è apparso… al Villari come l’inizio della rivolta antispagnola”. Conclude ancora il Colapietra, di una rivolta che trova le origini in un preciso atteggiamento antifeudale, altro che la qualifica di buoni principi che ingenuamente il Palmese attribuisce ai Pappacoda.

Comunque, effetto di queste rivolte é che lo stato sociale comincia a cambiare. È il periodo in cui si entra in una nuova fase economico che costituisce il progressivo deterioramento economico e sociale, con un ulteriore indebitamento che viene a gravare sul bilancio comunale che gli amministratori cercano di far quadrare.

Lacedonia si impoverisce sempre di più

A Lacedonia come vedremo nel prosieguo, l’azione offensiva dei Pappacoda è rivolta contro il patrimonio ecclesiastico; e cosí l’intera diocesi che al pari di tante nel Mezzogiorno, entra in uno stato di cronica debolezza; per cui negli anni: ’75- ’76- ’79- ’82- ’85- ’88- ’90 si verifica una serie di cattivi raccolti, (il grano in questa annata arriva addirittura a 15 carlini il tomolo nella vicina Puglia). Intanto il 12 giugno 1584 “nominalmente per conto di Zenobia principessa titolare di Melfi”, Lacedonia viene venduta dai Pappacoda ai Doria per 76.500 ducati. L’ingresso di Lacedonia nel principato di Melfi, non muta la situazione economica: consente ai Doria di andare al di là dell’Ofanto e di procedere verso “l’arrotondamento dei confini tradizionali del principato”. Pertanto Lacedonia non puó che constatare l’accentuarsi progressivo degli elementi di crisi che ormai la investe in ogni lato: il 1587 è un anno funesto che vede la di munizione del gettito fiscale nelle casse dei Doria a causa di una moria del bestiame e dell’abbassamento del prezzo del grano. La crisi di Lacedonia trova una spiegazione anche nella politica del governatore di Melfi, Stefano Centurione, che privilegia la cerealicoltura a danno dell’allevamento, tanto che la città eleva le sue giuste proteste il 26 ottobre 1590.

Dinanzi a una politica di questo tipo, che colpisce l’economia lacedoniese e alle impennate-cadute continue del prezzo del grano, è perfino ovvio dedurre lo sfilacciamento del tessuto sociale. Sono gli anni in cui il vescovo Pedoca, come si vedrà in seguito, eleva ai sacri limini le sue amare considerazioni sullo stato delle diocesi. E cosi Lacedonia è costretta a dare prima per la nascita di Zenobia Doria nel 1594 200 ducati, e la carestia serpeggia ininterrotta da 5 anni; e poi di Felice Doria nel 1596 gli eletti offrono in omaggio una somma imprecisata, ma vi aggiungono la significatissima supplica di far lavorare quelle poche terre. In certe situazioni spesse confuse e contraddittorie cominciano a comparire il banditismo.

Compare il banditismo

Infatti nel gennaio del 1596 succede a Lacedonia un fatto di sangue: il commissario preposto alla numerazione dei fuochi, tale Gomez de Chiaves, uccide a pugnalate Ottavio Magone, razionale deputato al seguito dello stesso Chiaves. La triste piaga del banditismo si estende ormai con particolare virulenza anche Rocchetta al pari di tanti centri di tutta l’Irpinia, Le cronache narrano che nel settembre-ottobre 1596 Gaetano Masuccio da Solofra, alias Terminiello, con la sua comitiva di tredici persone staziona nei boschi tra Rocchetta e S. Agata di Puglia, separate dalla piccola valle del Calaggio, via ideale per disperdersi nelle vicinissime e spaziose piane pugliesi, e per raggiungere rapidamente i covi e le boscaglie della Baronia.

Lo sciopero delle decime.

Un’altra situazione che non puó destare meraviglia è il conflitto sulle decime scoppiato nel 1597-’98 tra l’università (cioö la popolazione) e il clero di Rochetta da un lato il vescovo Pedoca dall’altra: Si tratta di uno “sciopero delle decime” e abbastanza insolito: il vescovo pretende il loro pagamento anche per i cavalli e i muli aratori; ma la consuetudine riguardava soltanto i buoi in forza di antichi accordi prescritti negli statuti locali e mai trasgrediti. Alla scomunica prontamente comminata dal Pedoca i rocchettani reagiscono inoltrando ricorso a Napoli, che sembra dar ragione al vescovo, e poi anche Roma.

Gli alloggiamenti militari

Ma la riprova dell’ulteriore aggravamento dello stato di disagio in cui versa quella università è costituita dagli alloggiamenti militari. Di che si tratta? Fin qui Rocchetta, al pari di Lacedonia, era stata risparmiata da questo autentico flagello delle finanze comunali.

Ma nel marzo 1608 fu costretta a prendere in prestito 1.500 ducati da Donato di Ventura di Ascoli Satriano; garanti dell’operazione furono scelti i massari locali, tra cui Cesare Mancino, Pompilio D’Agostino e Padovano Di Matteo. L’operazione si era resa necessaria per dare alloggiamento – per ventotto giorni – a una compagnia spagnola composta da quaranta soldati con relative cavalcature. Intanto nel 1603 Rocchetta era stata acquistata da Innigo Del Tufo, che l’aveva rilevata da Camillo Carocciolo, figlio di Marino. E infine nel 1609 Rocchetta si ricongiungeva anche fedualmente a Lacedonia: (ne faceva parte anche prima della separazione era durata poco piú di un secolo). Con l’unione a Lacedonia, Rocchetta passava anch’essa dai Del Tufo ai Doria di Melfi per 72.000 ducati. Questa unione tra l’altro fu vantaggiosa per i Doria perché permetteva di monofeudalizzare tutto l’estremo spartiacque irpino a nord-ovest dell’alto-medio Ofanto da Lacedonia Candela. Fatto sta che, mentre nel 1602 la popolazione rimaneva invariata a Lacedonia rispetto al 1595, Rocchetta accusava un calo di ben 60 fuochi; il 1608 Lacedonia era ridotta a un borgo forte di un migliaio di abitanti, mentre per Rocchetta si deve ritenere una sorte analoga. Si tratta di una crisi agricola – scrive Silvio Zotta; che investe Lacedonia come caso unico in quanto i campi seminati si ritirano di circa il 22% per tutto il 1591-1610 a confronto degli anni ottanta”. Per cui da questi dati risulta infatti che le medie di Lacedonia passano dai 1163,42 tomoli del decennio 1581-90 agli 894,60 del 1591-1600.

Il conflitto tra il vescovo e i Pappacoda

Come se i guai non fossero finiti per i poveri lacedoniesi, nel 1572-82 si verificò il conflitto sulla mezza sementa tra il vescovo e i Pappacoda.Il 24 giugno 1572 il vescovo Giovanni Francesco Carduccio, mentre si trovava in santa Visita nella terra di Rocchetta, dando inizio ad un complesso contenzioso che sarebbe durato una decina d’anni e che avrebbe visto schierati da una parte gli ecclesiastici di Lacedonia e dall’altra prima il barone Scipione Pappacoda e poi il figlio Ferdinando.

A dire il vero, i conflitti tra clero e baroni furono frequenti specialmente nel corso del secolo XVII, ed altrettanto vero che la situazione lacedoniese costituisca al riguardo (si era soltanto a 1572) l’inizio di una politica baronale largamente perseguita; tenendo conto presente che il prezzo del grano, a partire dagli anni sessanta del XVI secolo, era andato continuamente salendo, ed i salari a loro volta erano rimasti inalterati; o erano aumentati in misura notevolmente inferiore rispetto ai generi di primissima necessità. Si capisce bene come l’offensiva dei Pappacoda di esigere la mezza semenza fosse una tattica di realizzare il maggior quantitativo possibile di cereali da immettere sul mercato, o se meglio vogliamo definirle (strategia politica affaristica). Il vantaggio era esclusivamente dei proprietari, malgrado il passaggio proprietà da un principe a un conte, o da un barone a un marchese, con trattati di considerevoli valori. Non accadde mai di trovare un contadino che riscattasse i terreni che direttamente coltivava. Il 12 luglio l’erario dei Pappacoda compariva davanti al Vicario generale, procuratori e cappellani riuniti in assemblea il 13 luglio e difficilmente si sarebbe potuto avere una composizione tra le parte, per cui si era accesa la causa presso il Sacro Regio Consiglio, mentre il barone, nel quinquennio 1572-77, aveva continuato a esigere la mezza semenza, nonostante fossero stati presentati continui reclami da parte del potere regio che negavano tale diritto.

La questione aveva preso piede, una sfida nei confronti del potere centrale da parte di quello baronale; infatti si obbligavano al pagamento della mezza semenza anche i coltivatori dei feudi a censo ecclesiastico di cui i nomi non risultavano nelle provisiones emanate dal Sacro Regio Consiglio. Il figlio di Scipione Paccacoda, Ferdinando, si rilevò un fedele continuatore della politica usurpatrice paterna, a tal punto da indurre il Sacro Regio Consiglio ad elevargli la multa a mille ducati da evolversi al fisco; ma con scarsi risultati, il 14 gennaio 1581 lo stesso Consiglio intimava al barone di presentarsi davanti a quel tribunale entro il termine di otto giorni.

Ma pure quest’ultima intimazione cadeva nel vuoto; né miglior sorte ebbero quella del 3 luglio 1581 e del 29 ottobre 1582. Qualche anno dopo , come si é detto precedentemente, Lacedonia era peró acquistata dai Doria.

Le Relazioni ad limina

Ogni vescovo era tenuto a presentare una relazione sullo stato della diocesi alle autorità religiose di Roma; queste erano poste fuori del territorio della diocesi, perciò “ad limina”.

Parliamo dapprima del vescovo Marco Pedoca (1589-1682).

Marco Pedoca nacque a Mirandola da nobile famiglia. Prima di essere ordinato vescovo aveva ricoperto la carica di abate, in S.Vitale di Ravenna. Nel periodo lacedoniese si segnalò per una serie di iniziative architettoniche. Fece sistemare all’ingresso della città, lungo la strada che viene da Rocchetta, una colonna di travertino sormontata da una croce nell’anno 1587. Ordinato vescovo da Gregorio XIII il 14 maggio 1584, Marco Pedoca prendeva possesso della diocesi nel giugno di due anni dopo, uno dei primi atti compiuti, fu la decisione di somministrare i sacramenti non nella Cattedrale (la quale era fuori mano dalla città a circa un quarto di miglio), ma nella chiesa di S. Antonio situata nel centro dell’abitato; ciò naturalmente per maggior comodità del popolo, specialmente d’inverno.

Altro provvedimento che veniva ad operare il nuovo vescovo era quella che abbiamo in precedenza delineato. E lo troviamo puntualmente nella Relazione del 1589, in cui il Pedoca affrontava il problema delle decime a Lacedonia. Lo stesso Capitolo Cattedrale composto da 12 canonici, annoverava a cinque Dignità: Aricidiaconato, Arciprete, Primiceriato, Tesorierato e Cantorato. Dalla massa delle decime bisognava detrarre il diritto di quarta, spettante al vescovo e calcolabile per questi anni sui 70-80 tomoli, ed il resto si spartiva tra i canonici cui toccavano 18-22 tomoli ciascuno ai quali si aggiungevano i proventi dei funerali. Il diritto di quarta spettava al vescovo anche su censi e funerali.

La mensa vescovile, possedeva un mulino dal cui affitto ricavava una sessantina di tomoli annui; e un forno che rendeva circa 50 ducati, e in località Lama di S. Croce avente una estensione di 60 versure pari a circa 74 ettari. E ancora una volta il Pedoca affrontava il problema delle decime a Lacedonia che ogn’anno calavano. Nel 1592 era stato il vescovo in persona ad adempiere all’obbligo delle visite triennali; mentre nel 1595 però risulta che la visita fu compiuta dall’arcidiacono di Lacedonia Leonardo Pinnella che era anche suo procuratore. La causa di questa sostituzione potrebbe essere quella della salute malferma (il Pedoca aveva 68 anni) oppure nell’insicurezza delle vie di comunicazione battute ormai da anni dai banditi. Si chiudeva cosí il quindicennio di Marco Pedoca. Egli lasciava suo malgrado una diocesi in condizioni precarie.

Alla morte del Pedoca fu eletto vescovo il frate francescano Giovanni Paolo Pallantiero, a cui seguí il nobile siracusano Giacomo Candido, Questi nacque a Siracusa il 1561 da Giuseppe e Maria Antonia Candido che in tutto ebbero ben dieci figli maschi. Pochissime sono le notizie che si hanno di lui; governó la diocesi dal dicembre 1602 al 1606, una sua Relazione ad limina, presentata personalmente a Roma il 20 giugno il 1606, in tutto poche righe, egli si lamenta delle magre entrate del vescovato. (Ricordiamo che quella di Lacedonia era una delle più piccole diocesi, perché comprendeva soltanto i due comuni e di Rocchetta S. Antonio).

Il Pallantiero individua con precisione una delle cause della povertà delle diocesi, ”se si lavorasse meglio il terreno del vescovato meglio passarebbe lo Vescovo”. In ambito pastorale, non tanto forte fu l’opera di cristianizzazione di questa società rurale che molto spesso ignorava le preghiere piú semplici e perfino i primi rudimenti della fede, come ci ha attestato il Pedoca. E il Candido, come un buon parroco di campagna, ogni giorno festivo insegnava personalmente la dottrina cristiana, esprimendosi con il popolo con semplicità per fargli apprendere i misteri della Fede. A Rocchetta distribuí ai poveri una partita di caciocavalli che i reggenti gli avevano regalato. A Lacedonia riscatto con danaro proprio le poche robe di cittadino che, pignorate, stavano per essere vendute nella pubblica piazza. Incaricato di tenere la santa Visita nella vicina diocesi di Monteverde, morí in quella cittadina nell’agosto del 1608 all’età di 47 anni e in odore di santità.

I sinodi diocesani

Nel XVI secolo due erano stati i sinodi celebrati nella nostra diocesi, quelli dei vescovi Antonio De Dura e Marco Pedoca, e si aggiunge il sinodo Candido nei primi anni del ‘600; nell’8 aprile del 1613 il vescovo Giovanni Geronimo Campanile, faceva leggere nella Cattedrale di Lacedonia l’eddito di indizione di un nuovo sinodo. Egli era di nobile famiglia napoletana aveva conseguito la laurea in utroque, cioè in due discipline canoniche. Molti lo ricordano come un intellettuale di grande ingegno, ricoprí la carica di inquisitore del S. Ufficio. Paolo V con l’investitura del 10 dicembre del 1608 lo destinó a Lacedonia dove rimase fino al 1625, quando, ormai molto vecchio fu trasferito nella diocesi di Isernia, dove morí il 26 giugno 1626. Fu sepolto a Napoli nella cappella di famiglia di S. Pietro a Maiella. Di lui il Palmese ci ha tramandato una lapide posta sulla facciata della vecchia Cattedrale:

H. CAMPANILIS EPISCOPUS LAQUEDONENSIS IN REGNO INQUISITOR, IPSIQUE LAQUEDONENSES CIVES AB ICTU FULMINIS HANC EVERSAM MOLEM RESTAURARUNT A. D.MDCXXII.

Danni alla vecchia cattedrale

La sera dell’11 dicembre 1618, un tremendo temporale si abbatté sulla città e un fulmine danneggiò il campanile, sfondato il tetto della chiesa e lesionò quattro campane. Il Campanile non possedeva il carisma del suo predecessore Candido nello stare continuamente in mezzo ai poveri. Come si è accennato mons. Campanile era uno studioso di diritto e le sue prescrizioni erano di solito molto precise.

Non dimentichiamo che nella nostra diocesi aveva avuto luogo il lungo contenzioso con i Pappacoda, risoltosi favorevolmente per il vescovo solo perché Lacedonia era poi passata ai Doria. Le cause a giudizio del Campanile di tante usurpazione tentate e già avvenute si dovevano ricercare nelle continue alienazioni dei beni ecclesiastici.

La seconda parte del sinodo affrontava il tema dei sacramenti: il Battesimo, la Cresima, l’età minima richiesta era di quattordici anni; al matrimonio. Mons. Campanile dedicó sei costituzioni in cui venivano esposte le modalità per la celebrazione delle nozze, per i diocesani, e per quelli provenienti da altre diocesi. Ai tempi di mons. Pedoca si è visto come gli sposi non conoscevano né l’Ave Maria, né il Pater noster né il Simbolo degli Apostoli. Ora la musica cambia ma non di molto, e il legislatore prescriveva che senza la conoscenza di queste elementare preghiere, non era possibile accostarsi al sacramento. Gli sposi non dovevano convivere, non frequentare le rispettive abitazioni; e se prima del matrimonio a un peccato carnale non era seguito il dovuto pentimento scattava la scomunica. Le nozze infine dovevano tenersi entro quattro mesi dalla data degli annunci.

Nel 1610-1640 il rapporto tra i nostri due centri e il feudatario aveva fatto registrare tutt’altro che situazioni conflittuali, e propria Rocchetta presentava una sostanziale tenuta produttiva, mentre Lacedonia si ritrovava una cerealicoltura in forte declino, per cui le anticipazioni concesse ai vassalli a Rocchetta come a Lacedonia, facevano parte di una tipica politica feudale e non valevano a far scendere il livello di indebitamento. Nel 1620 i debitori di Lacedonia debbono 8000 ducati, ma l’università è tanta povera che non puó neppure pagare i 700 ducati l’anno ai Carmelitani. Il vescovo Bruni dal 14 gennaio 1626 con la somma di 200 ducati, ha fatto restaurare la navata centrale, intonacare e tinteggiare la cattedrale. Il Bruni era persona di vita integerrima, di buoni e religiosi costumi; prudente nell’uso delle cose pietose verso il prossimo. È praticamente impossibile dare una distinta delle sue attività di restauratore di chiese, e di arredatore sacro attingendo,il piú delle volte dal suo patrimonio.

Morí il 1648 e fu sepolto nell’antica Cattedrale. Di lui ci restane le sei Relazioni ad limina (la prima è del 1628, l’ultima del 1644). Soltanto nel 1631 il Bruni fu impossibilitato a recarsi a Roma per motivi di salute, e la Relazione fu presentata dal sacerdote rocchettano Domenico Garruto. Nel 1627, stando ai dispacci dell’erario Fabrizio Sircori, i debiti di Lacedonia erano fissati in piú di 19.000 ducati di capitale a fronte di una entrata feudale di 1.500 ducati. Nel 1631 nella nostra diocesi il grano era arrivato a 15 carlini il tomolo, per quell’anno era la cifra piú alta in tutto lo stato di Melfi.

La peste

Non avevano vita facile i lacedoniesi in quei tempi. Oltre all’indebitamento arrivó anche la peste, per cui Lacedonia contava appena 754 abitanti, secondo quando riporta il Zotta; il centro era ridotto a poco piú di un borgo desolato. Nel 1661 scriveva amaramente il Governatore G. Chiavari, fortunatamente la peste non interessó la nostra diocesi, altrimenti si sarebbe assistito alla scomparsa di Lacedonia. Nello stato dei Doria erano state colpilte Melfi e Candela; e sicuramente le autorità civili della nostra diocesi dovettero adottare energici provvedimenti per evitare il contagio. Melfi registrerà 567 morti su 5.427 abitanti, Candela 200 su 866. Sul prospetto della Chiesa di S. Filippo Neri è murata una lapide con la seguente dicitura:

A.D. 1656 ET 57. TOTUM REGNUM A PESTILENTI MORBO VEXATUM FUTT, AT CIVITAS LAQUEDONIAE BEATAE MARIAE VERGINIS, BEATI MICHAELI ARCANGELI ET HORUM SANCTORUM PATROCINIO INCOLUMIS SERVATA FUIT.

Questa iscrizione latina dice che tutto il regno di Melfi fu colpito dalla peste, ma Macedonia ne fu preservata per il patrocinio della Beata Vergine, del Beato san Michele e di tutti i santi, e rimase incolume.

Nel 1682 Lacedonia raggiungeva il massimo della gravità sociale, l’intero paese venne preso d’assalto da una banda di grossa dimensioni (circa 80 uomini) con a capo un tale Giovanni Botta alias l’Albanese e la Vecchierella di Eboli, che facevano prigioniero il vescovo con alcuni cittadini a scopo di ricatto; e lasciarono gli abitanti in uno stato di terrore per più giorni. La situazione continuava ad aggravarsi, da richiedere a questo punto l’intervento del nuovo vescovo presso il Governatore di Melfi, per implorare una distribuzione di grano per sfamare i cittadini. Ed infine per suggellare quel secolo tanto infausto, i danni causati dal tremendo terremoto dell’8 settembre 1694. Dopo l’avvicendamento di ben quattro vescovi nello spazio di circa vent’anni, veniva destinato nel 1672 a Lacedonia Benedetto Bartoli. Nel periodo intercorso tra la morte del Bruni e l’arrivo del Bartoli, la situazione sociale e religiosa della diocesi aveva fatto registrare una ulteriore involuzione generale. Riprendeva anche con il Bartoli, la mai sopita querelle dell’assoggettamento degli animali degli ecclesiastici alla tassa dell’erbaggio, in un’atmosfera notevolmente diversa da quella al tempo del Bruni.

Sempre più debiti

La povera Università di Cedogna, si trova debitrice di duemila ducati di fiscali attrassati dovuti alla Regia Corte e ad altri consegnatari e creditori. Ma per mancanza di fuochi e per la povertà dei cittadini, il parlamento ha deliberato d’affittare al miglior offerente non solo le defenze, ma anche tutto il territorio detto demanio suo e (ha concesso) che gli affittatori, o quelli del governo presenti e futuri possano “ fidare d’estate e d’inverno ed esigere un tanto ad animale che verra a pascolare l’erba”. Non mi perito ad elencare i tanti rapporti della diocesi con la curia romana, ma faccio solo alcuni esempi. Per riparare la Cattedrale consigliava di ricorrere alle multe; per le altre cappelle pericolanti si invitava a investire del problema le confraternite del luogo o a sequestrare eventuali redditi da esse derivanti.

E cosí, la Relazione del 1684 si chiudeva il ciclo lacedoniese del vescovo Bartoli passato “dal mondo” a Dio. Dato la necessità di nominare un nuovo vescovo, la scelta, abbastanza causale a giudizio del Palmese, cadde su Giovanni Battista La Morea, che prese possesso della diocesi il 13 dicembre 1684. Alla sua opera è rimasta legata la costruzione della nuova Cattedrale nel 1696, eretta al posto della chiesa di S. Antonio Abate nel centro dell’abitato con il contributo delle Confraternite e coi proventi della Mensa, sotto il titolo dell’Assunzione di Maria Vergine.

Ma il Morea fece altre cose utili al paese. Per esempio: In seguito al terremoto del 1694 si preoccupó inoltre di restaurare l’episcopio rimasto danneggiato, e la cappella della Trinità sulla cui porta si legge l’iscrizione:

SANCTA TRINITAS UNUS DEUS MISERERE NOBIS. B. LA MOREA EPISCOPUS LAQUEDONEN 1697.

Si deve a mons. La Morea in contrada Serralonga di Rocchetta, la facoltà di poter innalzare in quel luogo una cappella alla Madonna del Pozzo. Questa cappella provocò una certa rinascita religiosa e in particolare la devozione alla Madonna. E con la devozione non mancarono i prodigi. Infatti l’ultimo sabato dell’agosto del 1709 grazie alle preghiere a S. Maria del Pozzo di un tal Giuseppe Mastrostefano contadino, arso dalla sete, avveniva la scoperta di un’acqua che risultava poi avere straordinarie facoltà taumaturgiche; insomma l’acqua faceva i miracoli. Il vescovo, afflitto da vari mali (il Palmese ci dice che soffriva di “ipocondriasi e di calcoli”), era solito passare gran parte dell’inverno a Bitonto per sfuggire al rigido clima lacedoniese.

La festa delle caccavelle

In sua assenza si celebrava a Lacedonia la cosiddetta festa delle Caccavelle, le cuiorigini sono certamente antichissime che nessun vescovo in precedenza aveva cercato di osteggiare o di abolire. Ogni anno anche le maggiori autorità cittadine, sindaco ed eletti in testa, ci tramanda il Palmese, vi prendevano parte il 3 gennaio “avevano il costume di travestirsi con divise di Magi e al rintocco delle campane a mezzodí entravano festosi nella città. Il termine caccavelle stava ad indicare nel dialetto locale i campanacci appesi al collo degli animali da pascolo.
Qesta specie di Befanata profana era certamente da escriversi nel ciclo invernale collecate con il Carnevale avanti e la Quaresima; serviva tendenzialmente ad esorcizzare tra l’altro la paura di un cattivo raccolto; ma era una tradizione che il Mons. La Morea definiva oggettivazione di istinti demoniaco-infernale.

La sua abolizione richiese anche l’aiuto e la collaborazione dei Doria di Melfi, il cui Governatore provvide a emanare un editto con cui si proibiva il ripetersi della manifestazione. Si tenga presente la notte dell’Epifania nella nostra diocesi come un pó in tutta la zona, aveva una carica magico-religiosa. Ancora oggi persiste l’uso di un detto locale: “Tutte re Pasque scessero e vennesero; sulo Pasqua bbifania nun venesse maje” (Potrebbero andare a venire tutte le Pasque, solo Pasqua Epifania non dovrebbe venire mai).

La Processione dei morti

La Processione dei morti è un’altra usanza che risale a quei tempi (di miseria e i ignoranza), come in tutte le zone rurali. Si diceva dunque che nella notte del 2 novembre, per stare temporaneamente tra i vivi, i morti facevano ritorno mestamente nei luoghi di provenienza, dove avevano vissuto. Per vederli bastava prendere un catino ripieno di acqua limpida, accendervi vicino una candela, recitare una preghiera e guardare appunto nell’acqua. Così si vociferava fra il popolo. Ma al La Morea sembrava che il terremoto del 1694, invece di spronare verso opere di edificazione, avesse scatenato istinti e atteggiamenti pagani. Intervenne di nuovo il Governatore di Melfi con severi editti, per cui nella Relazione del 1704 non se ne faceva piú cenno. Mons. La Morea mantenne eccellenti e stretti rapporti con i Doria; fece bene perché colse la necessità che dovesse regnare l’armonia tra i due Fori (politico ed ecclesiale) per il buon governo del popolo. Si sa di una sua lettera indirizzata nel 1686 al Governatore di Melfi, anche per ringraziarlo dei continui donativi di pesce fresco di cui il Nostro era particolarmente ghiotto e che era introvabile a Lacedonia. Come già ricordato in precedenza, fu autore di quella Cronotassi dei vescovi della diocesi, tanto sfruttata in seguito dal Palmese. Nel 1711 si portó a Napoli per sottoporsi, come ci attesta l’Ughelli, alle cure mediche; ma ogni cura risultó inutile. Morí nella città partenopea l’11 dicembre dello stesso anno e fu sepolto nella chiesa di S. Lucia al Monte.

Qualche tentativo di ripristinare l’antica usanza della Festa delle caccavelle fu messo in atto dopo la morte del La Morea, ma il Vicario generale e arciprete Don Biagio Giovanile; riuscì a stroncare sul nascere ogni velleità. Intanto il 2 aprile 1718, ancora una volta un vescovo pugliese che saliva verso la montagna. Mons. Gennaro Scalea, di Terlizzi in terra di Bari. Nella nuova Cattedrale di Lacedonia portó definitivamente a termine la costruzione dell’altare maggiore, abbellendolo con colonnette di marmo rosso, recindendolo con balaustra e facendo sistemare una lapide su cui, come ci tramanda il Palmese, si leggeva:

SCALEA TERLTIENSIS PROVINCIAE BAREN, LAQUEDONIAE EPISCOPUS, POSUTT ET CONSECRAVIT A. D. 1729.

Durante l’inverno peró, come il suo predecessore, preferiva soggiornare nella città natale per sfuggire ai rigori del rigido clima lacedoniese.

E qui morì il 1741. Mons. Scalea era giunto nella diocesi sicuramente con la ferma intenzione di mettere ordine al patrimonio eclesiastico. La Platea dei territori di Macedonia, conservata nell’Archivio della Curia, consiste in un volume rilegato in cuoio. Nella prima pagine si legge:

“ Platea nella quale sono annotati li territori della Rev.da Mensa Vescovile della città di Lacedonia con li suoi ius, e a ragione di detta Mensa, fatti compassare con le loro piante dall’Ill.mo Rev.mo Mons. D. Gennaro Scalea di Terlizzi, provincia di Bari. La grafia, molto chiara e ordinata, è del chierico Antonio Saponiero. Lo Scalea aveva utilizzato i registri del 1563, 1585, 1604, e quelli largamente incompleti del La Morea. La Platea, conservata nell’Archivio della Curia, porta la seguente intestazione: “Registro sul quale sono notati tutti li censi della Rev.ma Mensa vescovile della città di Lacedonia, e Rocchetta sua diocesi, posto in ordine dell’Ill.mo e Rev.mo Mons. Gennaro Scalea nell’anno del Signore 1732”.

Il vescovo Albini.

A Lacedonia arriva Mon. Claudio Albino da Muro Lucano  (Potenza), preconizzato vescovo, il 25 maggio 1736 da Clemente XII. Strano destino quello di questo vescovo, passato alla storia come il vescovo-cattivo. L’Albino è stato considerato esclusivamente funzionale della vicenda di Gerardo, arrivato a Lacedonia presumibilmente nella primavera avanzata del 1741. Questo servo di Dio, Gerardo, diventa santo anche per Macedonia. La sua santità si conserverà per molti anni dopo il triennio con l’Albini, quando la presenza in diocesi si arricchirà dei contatti con il vescovo D’Amato.

San Gerardo a Lacedonia.

Gerardo nacque (anche lui) a Muro Lucano il 6 aprile 1726 da Domenico Maiella e Benedetta Galella. Secondo la tradizione il venerdì digiunava a modo suo. Mentre era ancora in fascia, rifiutava il latte materno. Le sorelle Brigida e Anna, attestano che l’unico suo divertimento era fare altarini. Teneva in casa, dentro una stanza, una tavola grande, tante figurine, ed in mezzo ad esse l’immagine di San Michele.

La povertà era l’unica cosa che non mancava mai nella sua casa. Gerardo spesso rifiutava la sua fettina di pane con la scusa. “Non ho fame, ho già mangiato”. Spesso si rifugiava nella Cappella della Vergine a Capodigiano (PZ). Ed ecco un giorno gli compare dinanzi, senza sapere da dove fosse sbucato, un fanciullo ricciuto, carino, gentile, il quale gli offre una pagnottella ancora calda e se ne vá. Gerardo crede di sognare: ma stringe nella destra proprio una pagnottella vera, calda e profumata! Sente l’acquolina in bocca ma pensa alla sua famiglia. Chi te l’ha data?- gli domanda la mamma. –Un ragazzo rispose lui.

E allora perché non te la mangi? E Gerardo pronto, imperterrito: “Perché ho già mangiato e non ho piú fame!. Per settimane e settimane Gerardo continuó a recarsi a Copodigiano ad incontrarsi con il misterioso fanciullo (il quale altri non era che il Bambino Gesú). A otto anni Gerardo una mattina, in Chiesa, si accosto anche lui alla balaustra insieme ai fedeli per l’Eucarestia, ma il prete lo vide piccolo e lo rimandó a sedere.. Quel rifiuto lo ferí nel vivo del cuore; non sapeva farsene una ragione, piangeva prima in chiesa e poi davanti al suo altarino al cospetto dell’Arcangelo San Michele. E la notte seguente San Michele stesso, mentre tutti dormivano, si accostó a lui, gli posó sulla lingua un’Ostia bianca. Al mattino seguente, felice e trionfante confessava candidamente: “Ieri il prete mi ha rifiutato la comunione; questa notte l’Arcangelo San Michele me l’ha portata”.

Il 5 giugno 1740, ricevette la cresima dalle mani di Mons. Glaudio Albini, vescovo di Lacedonia (AV). Mons. Albini cercava un domestico; ne aveva avuti tanti, ma nessuno aveva resistito. Non si sa se per scherzo e sul serio, qualcuno gli parlò di Gerardo Maiella il quale accettò impegnandosi a recarsi da lui a Lacedonia; forse non sapeva cosa l’aspettava. Gerardo sempre sereno e sorridente, anche quando per una malaugurata distrazione si lascia sfuggire di mano la chiave. E facile immaginare cosa sarebbe accaduto, quando la cosa fosse giunta all’orecchio di Monsignore. Gerardo non si preoccupavo più di tanto. Ad un tratto lascia in asso le comari che hanno fatto circolo intorno al pozzo e sfrecciava via come un razzo.

Rieccolo poco dopo con una statuetta di Gesù Bambino; la lega alla corda e dicendo: “O Gesù, tu solo puoi levarmi d’impiccio”, cala quindi la statuetta nel pozzo. Poi comincia a tirare ed ecco la statuina riemergere su grondante d’acqua…Le donne si spingono, si protendono: Gesù Bambino alla manina destra tiene appesa la chiave! Come non gridare al miracolo? Il pozzo diventa meta di curiosità e di pellegrinaggi e viene battezzato il pozzo di “Gerardiello”. Presso Mons. Albini Gerardo impiegò tre anni di servizio, felice di essere impegnato e vilipeso per il carattere poco dolce del suo pastore. Alla sua morte, la sera del 25 giugno 1744 a S. Andrea di Conza (AV), lo pianse sinceramente forse lui soltanto per aver perduto il miglior amico.

Quando era ancora al suo paese, Gerardo trascorreva più ore in chiesa che in bottega, una volta proprio dal Tabernacolo uscì una voce misteriosa di dolce rimprovero: “Pazzarello” . E Gerardo spontaneo: “Più pazzo siete Voi, Signore, che per amore ve ne state prigioniero nel Tabernacolo”. Al termine di una Missione, Gerardo si presentò a P. Paolo Cafaro pregandolo di portarlo con i missionari. Il giorno in cui questi partirono da Muro, Gerardo si trovava in camera sua, chiuso a chiave; la madre lo teneva d’occhio! Ma egli si calò dalla finestra per mezzo di un lenzuolo e corse dietro ai Missionari dopo aver lasciato il noto biglietto: “Vado a farmi santo”.

Quando si spargeva voce che Gerardo era a Lacedonia confluivano in casa Cappuccio (dove alloggiava) ecclesiastici e amici per ascoltarne le sue parole e per esporgli i lori casi personali. Egli rimaneva a colloquio con i sacerdoti o si recava in visita al vescovo D’Amato che aveva fortemente voluto la presenza di Gerardo a Lacedonia. Gerardo era sempre con i sacerdoti tra i primi ad ascoltare, cantare, a servir messa.La fama di santità di Gerardo raggiunse vari paesi e l’episcopio di Melfi (PZ); dove Mons. Teodoro Basta voleva conoscere il santo fratello. Gerardo arrivò lì inatteso e vi rimase per più giorni, trattenuto da Mon. Baste che rimase estasiato dalla conversazione con lui. Chiamato però a Lacedonia, Gerardo dovette partire non importava che il tempo fosse piovoso, la nebbia fitta e l’ora tardi.

Da Melfi partì alla volta della valle dell’Ofanto, verso Lacedonia.

Ma sulle rive del fiume un’insidia lo attendeva: all’improvviso appare un’ombra, il cavallo sobbalza, e si sente uno sghignazzare frenetico e una voce dell’abbisso che grida: “Ora non puoi più niente. Sei nelle mie mani”. “Ah, sei tu, bestia d’inferno! Nel nome della Trinità ti ordino di prendere le briglie e guidarmi fino a Lacedonia. Ruggendo e digrignado, il demonio trascina tra selve e impervi sentieri il suo domatore fino all’ingresso del paese, dove sorte una cappella dedicata alla Santissima Trinità. Gerardo concedo’ lo strano compagno di viaggio e si diresse alla casa Cappucci, dove arrivò a notte fonda. Davanti al fuoco, ancora tutto bagnato ed infangata, fu costretto – per obbedienza – a raccontare il viaggio fatto non con un angelo ma con un demonio. Nella primavera del 1753 lo troviamo a Corato, in Puglia. S’imbatte in un contadino che piange disperatamente; si ferma, gli domanda che cos’ha. Il poveraccio è disperato i topi gli stanno devastando il raccolto. Gerardo ha compassione di lui; i poveri gli toccano il cuore: cosa sono la povertà, la miseria, la fame, lui lo sa! Guarda il campo, alza la mano nel segno della croce e riprende il cammino, mentre i topi cominciano ad apparire quà e là con le zampe all’aria, fulminati. Il campagnolo si mise a gridare: “Il Santo, il Santo!”.

Ma Gerardo si allontana in fretta. Un giorno Gerardo si reca a piedi con i studenti a Monte Sant’Angelo, davanti a San Michele stanchi ma felici. Per Gerardo è un incontro con un caro amico. Ricorda la sua prima comunione, e va in estasi. Sulla via del ritorno si fermano per dissetarsi a un pozzo di campagna. In Puglia l’acqua vale oro. Il contadino ha nascosto secchio e catene, e senza scrupoli, allontana i pellegrini assetati. ”Se tu neghi l’acqua al prossimo, il pozzo la negherà a te”, ammonisce Gerardo e si allontana. Il pozzo secca a vista d’occhio. “per carità, tornate; attingerò io stesso l’acqua per voi”, implora il contadino. L’acqua ritorna e il contadino disseta uomini e bestie. Poi Gerardo l’esorta: “Fratello, sii buono e generoso, se vuoi che Dio lo sia con te!”.

Ho raccontato alcuni miracoli di Gerardo, alcune volte Gerardo fu perseguitato da ingiustizie e calunnie, si hanno alcune testimonianze di una certa Nerea Caggiano, figlia di un magistrato lacedoniese, e don Benigno Benincasa scrivono a S. Alfonso. La prima però resta tormentata dai rimorsi per aver calunniato un santo, il secondo confuso per la sua imprudenza. Il fondatore chiese scusa all’umile fratello: “Gerardo perché non hai parlato?”. Padre mio, come avrei potuto farlo?

La regola non ammette che ci scusiamo davanti ai Superiori”. S. Alfonso, comprese che stava trattando con un eccezionale eroe di Santità. Nel mese di giugno 1754 il santo viene inviato a Materdomini, vi morí il 16 ottobre 1755. Nelle testimonianze lacedoniese è del tutto assente del fatto accaduto alla figlia del magistrato, che in sede di processo dovette pesare moltissimo.

Il vescovo D’Amato.

Le vicende socio-religiose nella nostra diocesi per quasi tutta la seconda metà del XXVIII secolo sono legati alla figura del Nicola D’Amato di Barletta. Predicò senza stancarsi – annota il Palmese – e si acquistò il nome di celebre in legge. A sue spese comprò le icone dell’Assunta, di S. Andrea e di S. Ruggiero protettore di Barletta, nonché la mezza statua di S. Nicola. Morì vecchissimo il 31 agosto 1789 con l’assistenza spirituale del vescovo di Ascoli. La musica non cambia a Lacedonia specialmente durante la Repubblica di Napoli nel 1799, provoca odi e malcontento.

L’avvento di De Sanctis.

Lasciamo dietro alcuni anni per portarci esattamente al 28 marzo del 1817, nasceva a Morra Irpino Francesco De Sanctis, da Alessandro e Maria Agnese Manzi; una famiglia di piccola proprietà terriera. De Sanctis, grande critico letterario di fama internazionale, suo piatto forte “STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA”. L’uomo politico che ammoniva amici e avversari: “La vita è azione: ma solo la dignità è la chiave della vita”. Ai giovani dettava delle regole ben precise valide ancora oggi: “Giovani, studiate educatevi, siate intelligenti e buoni. L’Italia sarà quello che sarete voi.

Il nostro concittadino che quel bel giorno del 13 aprile 1861, ebbe a dire: “Noi saremo contenti quando in Italia l’ultimo degli Italiani saprà leggere e scrivere”. Il politico che mandato in esilio, ritorna alla sua Patria; e precisamente a Lacedonia, dove il De Sanctis aveva tanti ricordi, amori, amici e nemici invisibili. In un mattino d’inverno del gennaio 1875, che erano convenuti nella sala Comunale, disse: “Dopo cento anni, l’Esule torna e grida: io ero un Maestro nato. L’esule vi domanda la patria: date la patria all’esule. Io voglio la patria mia: voglio la patria intera”. De Sanctis morì a Napoli il 29 dicembre del 1883.

Comincia l’emigrazione.

Intanto i poveri del sud, spinti dalla miseria e dal rancore verso i governi, maturano la decisione di cercare altrove, fuori dall’Italia in prevalenza nell’America Latina, ed in quella del Nord i mezzi per vivere.

Comincia a manifestarsi un altro fenomeno di grande portata sociale: l’emigrazione; che, malgrado il decollo industriale del primo decennio del ‘900 provoca un esodo impressionante di popolazione agricola nei paesi d’oltre oceano. Tra il 1901 e il 1913 emigrano otto milioni di italiani, di cui 4.711.000 nell’America del Nord; di essi, 3.374.000 sono meridionali. E come se non bastassero i guai causati dalla prima guerra mondiale (1915-18), il terremoto del 1930, la notte dal 22 al 23 luglio distrusse gran parte di Lacedonia.

Nicola Vella.

Il 1932 si trasferiscie a Lacedonia un noto personaggio, Nicola Vella,di Monteverde: una figura che diventerà molto importante nell’Irpinia e fuori. Avvocato pubblicista, poeta, in Avellino e in altri centri della provincia costituisce sezioni del partito Repubblicano. Sulla “Voce Repubblicana” scrive contro il fascismo, e questa attività gli procura persecuzioni e minacce. Fu Sindaco di Lacedonia dal 1946 al 10.12.1950. È proprio il 1950 che i lacedoniesi si radunano in rivolta per l’occupazione delle terre a Lacedonia. È un lunedì mattina. Ben presto, oltre 400 contadini, uomini e donne, incolonnati con alla testa il Segretario e il vice segretario della Federterra di Avellino Vuotto e Rinaldi, muniti di zappe ed altri arnesi di lavoro, invadono in contrada “Chiancarelle” i terreni di proprietà del Sig. Rossi di Anzano di Puglia. Dopo l’occupazione, verso le 10,30, la stessa massa di contadini al canto di Bandiera Rossa, attraversano le strade principale del paese, fermandosi vicino la Chiesa Madre poco distante dal Municipio. Intervengo i carabinieri di Lacedonia insieme a quelli giunti da Sant’Angelo dei Lombardi, che caricano la folla disperdendola.

Ritornando al primo cittadino di Lacedonia Nicola Vella eletto alle amministrative dell’anno 1946, vediamo realizzare diverse opere: la strada delle selci, con la realizzazione del ponte sul fiume Osento, la costruzione del consorzio idrico, il progetto dell’atostrada Napoli-Bari, non è previsto il Casello a Autostradale a Lacedonia, ma il Pignatiello Filippo con la collaborazione di tutte le forze politiche ottiene il Casello a Lacedonia. Altro fatto strano il 29.12.1950, non vengono indette nuove elezioni viene nominato il Commissario Prefettizio Dr. Di Tonto fino al 13.6.1952. Analoga situazione la troviamo nel 22.7.1966 con le dimissione del Sindaco Quatrale Filippo, viene nominato il Commissario Prefettizio Dot. Maiella Giuseppe.

Situazione demografica attuale

Ma le conquiste contadine saranno presto accantonate, per l’insorgere di un altro fenomeno spiacevole per Lacedonia: l’inizio dell’emigrazione interna, col trasferimento di centinaia di cittadini e famiglie verso le grandi città del Nord Italia, in cerca di lavoro. Altri continueranno a varcare i confini per stabilirsi in Francia o in Germania o in Inghilterra o in Svizzera, perfino in Australia. Nel 1959 la popolazione di Lacedonia era di 7.042 abitanti, nel 1961 4.853, l’emigrazione ha svuotato il paese, destinazione Torino, Milano, Germania, Francia, Svizzera. Oggi Lacedonia conta poco più di 3000 abitanti. Noi anziani ci domandiamo: – quale futuro hanno i giovani a Lacedonia, quale destino avrà l’Istituto Francesco De Sanctis quando sarà terminato il programma scolastico 2002-2003. Dicono che la speranza è l’ultima a morire ma a Lacedonia si aspetta un solo miracolo! “Il lavoro”.

Abbiamo notato all’inizio del 900, c’era la disoccupazione, c’era tanta voglia di lavorare, ma non c’era la terra. Oggi la terra c’è, che aspetta chi la lavora. Il lavoro va’ creato, come i mestieri: vanno “inventati”.

CONCLUSIONE:

In questa mia ricerca ho spaziato uscendo dall’argomento di quello che è stato Lacedonia, un popolo alla ricerca delle sue origini. Su Lacedonia ci sono diverse pubblicazioni, più o meno interessanti:

Giovanni G. Libertazzi “LA DIOCESE DI LACEDONIA NELL’ETÁ MODERNA”,

Michele D’avino AKVDVNNIA oggi “Lacedonia degli Irpini”,

Antonio Cocozzello Lacedonia: “QUALCOSA DI NUOVO NEL MEZZOGGIORNO”,

Nicola Fierro “AQUILONIA IN HIRPINIS” LACEDONIA IN ETÁ SANNITICA E ROMANA.

Vincenzo Saponiero, LACEDONIA IMMAGINE E PROSPETTIVE, e tanti altri che trattano il dialetto lacedoniesi ecc.

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