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IL POZZO DI SAN GERARDO A LACEDONIA

Michele Bortone pubblicato 13 agosto 2014

San Gerardo a Lacedonia.

Gerardo nacque a Muro Lucano il 6 aprile 1726 da Domenico Maiella e Benedetta Galella. Secondo la tradizione il venerdì digiunava a modo suo. Mentre era ancora in fascia, rifiutava il latte materno. Le sorelle Brigida e Anna, attestano che l’unico suo divertimento era fare altarini. Teneva in casa, dentro una stanza, una tavola grande, tante figurine, ed in mezzo ad esse l’immagine di San Michele.
La povertà era l’unica cosa che non mancava mai nella sua casa. Gerardo spesso rifiutava la sua fettina di pane con la scusa. “Non ho fame, ho già mangiato”. Spesso si rifugiava nella Cappella della Vergine a Capodigiano (PZ). Ed ecco un giorno gli compare dinanzi, senza sapere da dove fosse sbucato, un fanciullo ricciuto, carino, gentile, il quale gli offre una pagnottella ancora calda e se ne và. Gerardo crede di sognare: ma stringe nella destra proprio una pagnottella vera, calda e profumata! Sente l’acquolina in bocca ma pensa alla sua famiglia. Chi te l’ha data?- gli domanda la mamma. –Un ragazzo rispose lui.

E allora perché non te la mangi? E Gerardo pronto, imperterrito: “Perché ho già mangiato e non ho più fame!. Per settimane e settimane Gerardo continuò a recarsi a Copodigiano ad incontrarsi con il misterioso fanciullo (il quale altri non era che il Bambino Gesù). A otto anni Gerardo una mattina, in Chiesa, si accosto anche lui alla balaustra insieme ai fedeli per l’Eucarestia, ma il prete lo vide piccolo e lo rimandò a sedere.. Quel rifiuto lo ferì nel vivo del cuore; non sapeva farsene una ragione, piangeva prima in chiesa e poi davanti al suo altarino al cospetto dell’Arcangelo San Michele. E la notte seguente San Michele stesso, mentre tutti dormivano, si accostò a lui, gli posò sulla lingua un’ostia bianca. Al mattino seguente, felice e trionfante confessava candidamente: “Ieri il prete mi ha rifiutato la comunione; questa notte l’Arcangelo San Michele me l’ha portata”.

Il 5 giugno 1740, ricevette la cresima dalle mani di Mons. Glaudio Albini, vescovo di Lacedonia (AV). Mons. Albini cercava un domestico; ne aveva avuti tanti, ma nessuno aveva resistito. Non si sa se per scherzo e sul serio, qualcuno gli parlò di Gerardo Maiella il quale accettò impegnandosi a recarsi da lui a Lacedonia; forse non sapeva cosa l’aspettava. Gerardo sempre sereno e sorridente, anche quando per una malaugurata distrazione si lascia sfuggire di mano la chiave. E facile immaginare cosa sarebbe accaduto, quando la cosa fosse giunta al’orecchio di Monsignore. Gerardo non si preoccupavo più di tanto. Ad un tratto lascia in asso le comari che hanno fatto circolo intorno al pozzo e sfrecciava via come un razzo.
Rieccolo poco dopo con una statuetta di Gesù Bambino; la lega alla corda e dicendo: “O Gesú, tu solo puoi levarmi d’impiccio”, cala quindi la statuetta nel pozzo. Poi comincia a tirare ed ecco la statuina riemergere su grondante d’acqua…Le donne si spingono, si protendono: Gesú Bambino alla manina destra tiene appesa la chiave! Come non gridare al miracolo? Il pozzo diventa meta di curiosità e di pellegrinaggi e viene battezzato il pozzo di “Gerardiello”. Presso Mons. Albini Gerardo impiegò tre anni di servizio, felice di essere impegnato e vilipeso per il carattere poco dolce del suo pastore. Alla sua morte, la sera del 25 giugno 1744 a S. Andrea di Conza (AV), lo pianse sinceramente forse lui soltanto per aver perduto il miglior amico.

Quando era ancora al suo paese, Gerardo trascorreva più ore in chiesa che in bottega, una volta proprio dal Tabernacolo uscì una voce misteriosa di dolce rimprovero: “Pazzarello” . E Gerardo spontaneo: “Più pazzo siete Voi, Signore, che per amore ve ne state prigioniero nel Tabernacolo”. Al termine di una Missione, Gerardo si presentò a P. Paolo Cafaro pregandolo di portarlo con i missionari. Il giorno in cui questi partirono da Muro, Gerardo si trovava in camera sua, chiuso a chiave; la madre lo teneva d’occhio! Ma egli si calò dalla finestra per mezzo di un lenzuolo e corse dietro ai Missionari dopo aver lasciato il noto biglietto: “Vado a farmi santo”.

Quando si spargeva voce che Gerardo era a Lacedonia confluivano in casa Cappuccio (dove alloggiava) ecclesiastici e amici per ascoltarne le sue parole e per esporgli i lori casi personali. Egli rimaneva a colloquio con i sacerdoti o si recava in visita al vescovo D’Amato che aveva fortemente voluto la presenza di Gerardo a Lacedonia. Gerardo era sempre con i sacerdoti tra i primi ad ascoltare, cantare, a servir messa.La fama di santità di Gerardo raggiunse vari paesi e l’episcopio di Melfi (PZ); dove Mons. Teodoro Basta voleva conoscere il santo fratello. Gerardo arrivò lì inatteso e vi rimase per più giorni, trattenuto da Mon. Baste che rimase estasiato dalla conversazione con lui. Chiamato però a Lacedonia, Gerardo dovette partire non importava che il tempo fosse piovoso, la nebbia fitta e l’ora tardi.

Da Melfi partì alla volta della valle dell’Ofanto, verso Lacedonia. Ma sulle rive del fiume un’insidia lo attendeva: al’improvviso appare un’ombra, il cavallo sobbalza, e si sente uno sghignazzare frenetico e una voce dell’abbisso che grida: “Ora non puoi più niente. Sei nelle mie mani”. “Ah, sei tu, bestia d’inferno! Nel nome della Trinità ti ordino di prendere le briglie e guidarmi fino a Lacedonia. Ruggendo e digrignando, il demonio trascina tra selve e impervi sentieri il suo domatore fino all’ingresso del paese, dove sorte una cappella dedicata alla Santissima Trinità. Gerardo concedo’ lo strano compagno di viaggio e si diresse alla casa Cappucci, dove arrivò a notte fonda. Davanti al fuoco, ancora tutto bagnato ed infangata, fu costretto – per obbedienza – a raccontare il viaggio fatto non con un angelo ma con un demonio. Nella primavera del 1753 lo troviamo a Corato, in Puglia. S’imbatte in un contadino che piange disperatamente; si ferma, gli domanda che cos’ha. Il poveraccio è disperato i topi gli stanno devastando il raccolto. Gerardo ha compassione di lui; i poveri gli toccano il cuore: cosa sono la povertà, la miseria, la fame, lui lo sa! Guarda il campo, alza la mano nel segno della croce e riprende il cammino, mentre i topi cominciano ad apparire qua’ e là con le zampe all’aria, fulminati. Il campagnolo si mise a gridare: “Il Santo, il Santo!”.

Ma Gerardo si allontana in fretta. Un giorno Gerardo si reca a piedi con i studenti a Monte Sant’Angelo, davanti a San Michele stanchi ma felici. Per Gerardo è un incontro con un caro amico. Ricorda la sua prima comunione, e va in estasi. Sulla via del ritorno si fermano per dissetarsi a un pozzo di campagna. In Puglia l’acqua vale oro. Il contadino ha nascosto secchio e catene, e senza scrupoli, allontana i pellegrini assetati. ”Se tu neghi l’acqua al prossimo, il pozzo la negherà a te”, ammonisce Gerardo e si allontana. Il pozzo secca a vista d’occhio. “per carità, tornate; attingerò io stesso l’acqua per voi”, implora il contadino. L’acqua ritorna e il contadino disseta uomini e bestie. Poi Gerardo l’esorta: “Fratello, sii buono e generoso, se vuoi che Dio lo sia con te!”.

Ho raccontato alcuni miracoli di Gerardo, alcune volte Gerardo fu perseguitato da ingiustizie e calunnie, si hanno alcune testimonianze di una certa Nerea Caggiano, figlia di un magistrato lacedoniese, e don Benigno Benincasa scrivono a S. Alfonso. La prima però resta tormentata dai rimorsi per aver calunniato un santo, il secondo confuso per la sua imprudenza. Il fondatore chiese scusa all’umile fratello: “Gerardo perché non hai parlato?”.

Padre mio, come avrei potuto farlo?
La regola non ammette che ci scusiamo davanti ai Superiori”. S. Alfonso, comprese che stava trattando con un eccezionale eroe di Santità. Nel mese di giugno 1754 il santo viene inviato a Materdomini, vi morì il 16 ottobre 1755. Nelle testimonianze lacedoniese è del tutto assente del fatto accaduto alla figlia del magistrato, che in sede di processo dovette pesare moltissimo.

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