arte.

GIUGNO… FALCE IN PUGNO, La mietitura tratta dal romanzo autobiografico (LA MIA VITA È UN FILM) di Michele Bortone

Fine giugno, immensi campi dorati di grano, cullati dal vento, sembrano onde del mare. Ho il ricordo del vento forte e freddo, delle nuvole che si rincorrono su e giù giocando a nascondersi dal sole. Ricordo come se fosse ieri, in contrada Serralonga, precisamente il 29 giugno, accovacciato in un mucchio di covoni sognavo nuove avventure e altre cose da imparare. Falce in pugno, si mieteva il grano. Non c’erano macchine e se ce n’era qualcuna costava tanto. L’unico sistema economico erano le braccia.

La raccolta del grano avveniva manualmente e ogni membro della famiglia, svolgeva un ruolo ben preciso. Se la forza-lavoro era insufficiente si era costretti ad assumere lavoranti occasionali. Durante il periodo della raccolta del grano, i mietitori camminavano scalzi o, al posto delle scarpe, calzavano pezzi di copertone presi chissà dove; quelli che avevano le scarpe, invece, per non farle consumare le portavano appese in spalla. Portavano addosso anche i ferri del mestiere, ovvero un paio di falci e tutto l’occorrente per la mietitura. In testa invece indossavano un grosso cappello, a falde larghe, per ripararsi dal sole cocente; sulla nuca mettevano un fazzoletto umido per rinfrescarsi il collo.

Spesso il lavoro veniva fatto “a cottimo” dalla “parànze[1]” ben affiatata. A carico del proprietario del fondo era anche il mangiare, compresi ventitré litri di vino pro-capite, per giornata lavorativa. Prima dello spuntare del sole ci si trovava sul posto per iniziare a mietere. Ci si fermava solo per mangiare. La colazione era a base di insalata di pomodori, cipolla, cetrioli e formaggio di capra. Le persone della parànze mietevano il grano e lo posavano a terra. Altre due si occupano di raccogliere le bracciate, mettendole insieme formando un covone. Un’altra, infine, li raccoglieva e li posava in un determinato posto. Un lavoro che mi spettava, durante la giornata. Mi occupavo di portare da bere ai mietitori, di tenere al fresco l’acqua e il vino; usavamo fare un buco nel terreno, si copriva la fiasca con stracci bagnati, e ci si posavano sopra dei covoni di grano.

A mezzogiorno controllavo che non mancasse niente. Si pranzava, in un unico piatto, grande e smaltato, che conteneva pastasciutta con salsiccia e pezzi di filetto di maiale conservati sotto sugna. Le cinque persone si sdraiavano poi su una coperta, sotto un ombrellone, ognuno mangiava la sua parte senza sconfinare. Il tutto accompagnato da buon vino, salumi e prosciutto nostrano.

«Si fanno ticchi ticchi», come diciamo in dialetto lacedoniese.

E poi c’era la meritata siesta fino alle tre del pomeriggio. Era pericoloso, restare con la testa sotto il sole cocente. La siesta era in aperta campagna, sotto due grandi ombrelloni; ci si addormentava all’ombra e ci si svegliava sotto il sole. Non c’erano alberi, ci si spostava come girava l’ombra. Più di una volta la pennichella pomeridiana era disturbata dai morsi delle formiche. Il mietitore infastidito si alzava allora borbottando!

«Andiamo a vedere i sostituti dove sono arrivati», diceva. Stupito esclamava poi: «Ma quelli non hanno fatto proprio niente, è tutto come l’abbiamo lasciato!»

Sotto un sole cocente i canti dei mietitori, echeggiavano.

«Padrone, vuoi mète ru grane, è ’adduce sauzicchie e maccarune». («Padrone se vuoi mietere il grano, devi portare, salsicce e maccheroni). Altri canti, per coloro che raccoglievano bracciate di grano per trasformarli in covoni. «Piglie la fiaschè e và pè l’ande[2], nun date a bève a lu jèrmitatore. Quire rèste li jèrmite avante, per fare spigulà[3] ’ste doie figliole».

(«Prendi la fiasca del vino e vai, non dare da bere a quei due che raccolgono le bracciate. Loro lasciano le bracciate di grano per terra, per le due ragazze».)

A sera al tramonto del sole, strada facendo, i contadini si chiedevano tra loro: «Hai finito… domani dove vai?». «Ho finito di mietere», rispondeva l’altro, «devo tornare per raccogliere i covoni, una mezza giornata».

La giornata di lavoro cominciava alle quattro del mattino e finiva alle otto di sera. A tarda sera, poi, seduti al fresco, ci raccontavamo le avventure della giornata. Mia madre preparava il sugo e al mattino, di buon’ora, cuoceva la pasta, la condiva e la portava in campagna per il pranzo di mezzogiorno. La mietitura durava all’incirca tre settimane. Poi si ricominciava con un altro lavoro: trasportare i covoni all’aia più vicina.

Durava quindici giorni, ma tutto dipendeva dal raccolto. Altri sacrifici, per non farsi mordere dalle mosche e dai tafani, che succhiavano il sangue anche all’asino. Ci si alzava alle quattro del mattino. L’asino con “gegne[4]”, per il trasporto dei covoni dalla campagna all’aia. Sull’aia una persona capace, bravo come un muratore, li affilava e faceva un “pignone[5]”. Un’opera d’arte, considerando che restava esposto sull’aia, al vento e alla pioggia. Una meraviglia, tutti uguali, a base rotonda; poi man mano a restringersi.

I mestieri del contadino erano la semina, la mietitura, il trasporto dei covoni, la trebbiatura, pulire il terreno dalle stoppie. Lo faceva prima che il tempo cambiasse, altrimenti le stoppie si bagnavano e non bruciavano. Il tempo passava lasciando il segno della vita, giorni tristi si susseguivano lasciando momenti di tristezza e solitudine.

1)Gruppo formato da quattro mietitori e un legatore, adibito alla legatura dei covoni.

2) L’ande: una determinata larghezza di grano da mietere.

3) Spigolare: persone che raccolgono spighe di grano nelle messi.   

4) Gegne: attrezzi in legno per il trasporto dei covoni.

5) Pignone: Un assieme di covoni esposti sull’aia in attesa della trebbiatura.

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