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LA TREBBIATURA tratta dal romanzo autobiografico (LA MIA VITA È UN FILM)

Giunse notizia della trebbiatura. Entusiasmo, allegria, voglia di vivere un’altra esperienza. Durante il giorno era un susseguirsi di manovre. Il piazzamento della trebbia, una grande macchina che permette al contadino di trasformare setti mesi di lavoro, nel tanto atteso grano. Frumento che sfamava la povera gente. Giunse il nostro turno per la trebbiatura e preparammo tutto. I sacchi per il grano a volte non bastavano, si doveva far capo a qualcuno che te ne prestava uno. Il motore collegava con le cinghie la puleggia della trebbia; altre cinghie erano collegate a un’altra macchina per l’imballaggio della paglia. Il tutto funzionava tramite queste cinghie. Se ne rompeva una o un pezzo della trebbia e si doveva attendere la riparazione. Il contadino ghignava, con tutto il suo da fare. Un lavoro a catena: uno addetto alla partenza del motore, che era sempre il padrone dell’impianto, due persone a sostituire il sacco del grano. Davanti al canale della trebbia altre due: una si occupava di tagliare i covoni, l’altra con la forca accompagnava i covoni, che conducevano alla trebbia per la trasformazione del grano.

Un operaio si occupava di prendere le balle di paglia e sistemarle. La catena sembrava funzionare, se si fermava uno, si fermavano tutti. Era un lavoro pesante, sotto un sole cocente. Si cominciava anche lì molto presto: alle sette del mattino, poi la consueta pausa da mezzogiorno alle tre. Il lavoro rendeva più con il fresco del mattino. Il pomeriggio lavorare sotto il sole era durissima. Il sudore, la trebbiatrice, braccia di metallo estirpavano concitate e pulviscolo di paglia spandevano in aria. La trebbia intonava un coro risonante che copriva lo sporadico canto. Con ansia si attendeva la sera, per rinfrescarsi con acqua fresca.
Il giorno dopo, stessi movimenti per trenta giorni. Finita la musica della trebbia, un via vai di trattori che trasportavano il grano e le balle di paglia. Triste era l’arrivo di un temporale, il grigio dell’aia, sembrava un dipinto in cornice, il tempo si fermava per quell’attimo, poi tutto ritornava a splendere. Il grano su enormi teli veniva messo ad asciugare. Quando tutto rispondeva alla regola, si passava alla conservazione nel granaio, che noi chiamiamo: cascione. Immaginate, dopo tutto il lavoro, il meritato riposo. Eh, no! Altre cose e fare d’urgenza. Immagazzinare la paglia nel fienile per l’asino.

L’asino provvedeva al trasporto. La stessa serviva per il suo letto, per il maiale e per riscaldarsi. Settembre alle porte, oltre all’aiuto in campagna, dovevo preparare le mie cose per la scuola. La cartella, i compiti. Il consiglio del maestro: «La quarta elementare non è una passeggiata»; con il dubbio di non aver studiato abbastanza.Non era facile conciliare campagna e studio, eppure avevo fatto l’abitudine. Dopo la trebbiatura, si faceva festa, con balli e mangiare e bere per tutti.  

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