NE È PASSATA D’ACQUA SOTTO I PONTI. “AUGURANDOCI CHE QUEI TEMPI NON TORNANO!).

Dai Pappacoda ai Doria, lo sciopero delle decime. Il conflitto tra il vescovo e i Pappacoda. La peste Nel 1661 scriveva amaramente il Governatore G. Chiavari, fortunatamente la peste non interessò la nostra diocesi, altrimenti si sarebbe assistito alla scomparsa di Lacedonia. Sempre più debiti, la povera Università di Cedogna, si trova debitrice di duemila ducati di fiscali attrassati dovuti alla Regia Corte e ad altri consegnatari e creditori. Ma per mancanza di fuochi e per la povertà dei cittadini, il parlamento ha deliberato d’affittare al miglior offerente non solo le defenze, ma anche tutto il territorio detto demanio suo e (ha concesso) che gli affittatori, o quelli del governo presenti e futuri possano “fidare d’estate e d’inverno ed esigere un tanto ad animale che verrà a pascolare l’erba”. Non mi perito ad elencare i tanti rapporti della diocesi con la curia romana, ma faccio solo alcuni esempi. Per riparare la Cattedrale consigliava di ricorrere alle multe; per le altre cappelle pericolanti si invitava a investire del problema le confraternite del luogo o a sequestrare eventuali redditi da esse derivanti.

Concludo ricordando i fatti salienti della storia di uno dei più grossi massari di Melfi, perché la storia di quell’uomo rimase come un fatto esemplare nel ricordo dei suoi concittadini. Prospero Dell’Aquila, questo era il suo nome, giunse a Melfi all’inizio del 1601 come affittuario dei beni e delle rendite del cardinale Gesualdo. La sua presenza destò non poco timore all’amministrazione feudale. Nel 1605, risultava amministrazione dei Doria, come erario di Melfi. Tale ufficio fu all’origine di enormi debiti per lui (5.000 ducati). Subì il sequestro del grano e delle sue masserie, ma riuscì con molta astuzia e con qualche aiuto a continuare l’attività di massaro. Cominciò a soddisfare parte dei suoi debiti. Una sua masseria, si andava convertendo in masseria di pecore.

Nel 1624, diciotto anni dopo dall’inizio della sua sfortuna, una lettera del governatore di Melfi del tempo ce lo ritrae in viaggio per Napoli, dove andava a vendere le poche argenterie che gli erano rimaste in casa. Cosi… Napoli divorava le ultime reliquie di quella che un giorno era stata la ricchezza accumulata da un uomo tramite la pratica e le strategie dell’agricoltura. Non è soltanto la storia di un massaro che voleva onorare fine in fondo i suoi debiti, ma la storia e le vicissitudini di una società e di un’economia condannata dalla fine del Cinquecento all’arretratezza e alla depressione.

Foto Michele Bortone