NEI SUOI OCCHI VEDO, SPIAGGE E TRAMONTI CHE NON FINISCONO MAI

MUSICA

UNA DEDICA A FABRIZIO FRIZZI

Fabrizio Frizzi
 
Stiamo parlando di te
del tuo sorriso,
del tuo animo buono
del tuo modo di fare.
ma tu non ci sei.
 
Stiamo parlando di te
del tuo amore per gli altri,
la tua forza nelle cose
il pensiero che hai avuto per noi
ed é poco dirti grazie.
 
Stiamo parlando di te
della tua arte
del tuo amore per Stella
la tua piccola Stella.
Stiamo parlando di te,
un pensiero per te.
 
Ma tu dove sei.
 
 
Michele Bortone
 

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E ORA COMINCIA IL BELLO! (Bentivoglio, come Schettino: si avvicina alla scogliera per prendere applausi, ma sta facendo affondare la nave)

Sciopero metalmeccanici, Bentivogli (Fim): “Governo come Schettino”. In piazza a Milano, Firenze e Napoli. Landini: “Sciopero generale? Non escludiamo nulla”. Periodo difficile per molte aziende, a rischio ci sono fino a 280 mila posti di lavoro. MILANO – I metalmeccanici incrociano le braccia: sono partite le manifestazioni simultanee a Milano, Firenze e Napoli. Iniziative unitarie promosse da Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm-Uil, per chiedere al governo e alle imprese di mettere al centro il lavoro, l’industria, i salari, i diritti. “Futuro per l’industria”, è lo slogan che accompagna le manifestazioni in una delle ultime tappe del percorso unitario che i sindacati hanno inaugurato a piazza San Giovanni a Roma, il 9 febbraio scorso che dovrebbe chiudersi il 22 giugno a Reggio Calabria, per il Sud.

Presenti alle manifestazioni le delegazioni delle tre sigle: a Milano i segretari generali della Cgil Maurizio Landini e della Fim Marco Bentivogli; a Firenze i segretari generali della Cisl Annamaria Furlan e della Uilm Rocco Palombella; a Napoli i segretari generali della Uil Carmelo Barbagallo e della Fiom Francesca Re David. Il primo ad attaccare il governo è proprio Bentivogli, che accusa l’esecutivo che “in questa permanente campagna elettorale fa un pò come Schettino: si avvicina alla scogliera per prendere applausi ma sta facendo affondare la nave”. Landini è invece tornato su un tema già sollevato nei giorni scorsi, la possibilità concreta di uno sciopero generale: “Quello lo valuteremo assieme. Se il Governo continua a non ascoltarci visto che adesso deve decidere cosa fare rispetto a cosa chiede l’Europa e con la legge di Stabilità, è chiaro che non escludiamo nulla”.

Non è certo un periodo facile, per molte aziende in Italia. Basta pensare ai casi caldi della Whirlpool a Napoli e della ArcelorMittal, l’ex Ilva, in Puglia che è tornata a chiedere la cassa integrazione. A seconda della piega che prenderanno le vertenze, il numero dei lavoratori a rischio “va dagli 80.000 ai 280.000”, secondo calcoli della Fim.

E proprio sul caso Whirlpool, attacca Barbagalo: “Il primo passo che ha fatto il Governo va bene ma non basta, perché se la Whirlpool ha preso 200 milioni e passa negli anni, se ne facciamo restituire loro solo 5 li avranno messi nel conto. Bisogna che restituiscano il maltolto, che sono tutti i 200 milioni che si sono presi nel tempo”. Contro la “desertificazione industriale al Sud” e “salari troppo bassi” punta invece il dito Re David.
Sciopero dei metalmeccanici, a Napoli aprono il corteo le donne della Whirlpool
I sindacati partono dalla richiesta per il rilancio degli investimenti pubblici e privati ed il sostegno all’occupazione: temi che, insistono, vanno rimessi al centro dell’agenda politica. Denunciano “la mancanza di una qualsiasi idea di politica industriale” nel Paese, che sta diventando un territorio di conquista delle multinazionali con la conseguenza, avvertono, che l’Italia sta perdendo la sua ricchezza manifatturiera. E chiedono più salute e sicurezza, dicendo basta agli incidenti ed alle vittime sul lavoro. In parallelo viaggia uno sciopero del sindacato autonomo Fismic-Confsal, per chiedere un cambiamento della politica economica del governo che “sia più attenta alle questioni dell’occupazione e dello sviluppo economico”, con due manifestazioni: a Torino per le regioni del nord e a Melfi (Potenza) per le regioni del centro-sud.

Michele Franscioni.

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LIBERA COME IL VENTO (Annamaria Petrillo)

Tu mi dicevi che ero
libera come il vento
e che nessuno mai
mi avrebbe messo le briglie.

È vero,amore mio!
Sono ancora l’acqua
che sgorga dalle montagne
la nuvola che veleggia nel cielo
e aspetto la sera per tessere
i miei colloqui con miriadi di stelle.

L’anima non si stanca mai
di ascoltare ,nel respiro della terra,
le voci affannose del buio
e di singhiozzare sui sogni disfatti.

E poi….la tempesta si frange
e la grazia del tuo amore,
come squarcio di luce,
graffia l’oscurità
che profuma di stelle.

NEL GREMBO DELL’INFINITO

Fragile è la luce del giorno
che a poco a poco
cede il passo alla sera.

Fragile è il mio tempo
fra foglie rosse di malinconia
e soffi di vento del passato.

Nel grembo del giorno morente
nomade d’amore
rincorro un approdo
al mio faticoso vagare.

I miei giorni sono foglie secche
che il tempo trascina
nel suo turbinio senza fine.

Rannicchiata nel guscio del silenzio
cerco finalmente quiete
nel caldo nido dell’infinito
che profuma di mare e di vele alzate….

Annamaria Petrillo.
LA NOSTRA VITA

Siamo prestati alla vita
perché in noi cresca il soffio divino.
Siamo terra che diventa vento celeste
siamo frammenti dell’armonia dell’universo.

L’argilla del corpo ci lega alla pietra
ma l’anima si dischiude alla luce
nel grembo del cielo.

Tutta la vanità del mondo
e’ destinata a passare
e solo l’ardore dell’amore
eleva le sue fiamme
E ogni cosa ritorna all’ antica Sorgente
come il nostro continuo vagabondare.
Fa’, Signore,che la nostra sera
si apra alle chiare stelle dell’Infinito.

Annamaria Petrillo
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LA TREBBIATURA tratta dal romanzo autobiografico (LA MIA VITA È UN FILM)

Giunse notizia della trebbiatura. Entusiasmo, allegria, voglia di vivere un’altra esperienza. Durante il giorno era un susseguirsi di manovre. Il piazzamento della trebbia, una grande macchina che permette al contadino di trasformare setti mesi di lavoro, nel tanto atteso grano. Frumento che sfamava la povera gente. Giunse il nostro turno per la trebbiatura e preparammo tutto. I sacchi per il grano a volte non bastavano, si doveva far capo a qualcuno che te ne prestava uno. Il motore collegava con le cinghie la puleggia della trebbia; altre cinghie erano collegate a un’altra macchina per l’imballaggio della paglia. Il tutto funzionava tramite queste cinghie. Se ne rompeva una o un pezzo della trebbia e si doveva attendere la riparazione. Il contadino ghignava, con tutto il suo da fare. Un lavoro a catena: uno addetto alla partenza del motore, che era sempre il padrone dell’impianto, due persone a sostituire il sacco del grano. Davanti al canale della trebbia altre due: una si occupava di tagliare i covoni, l’altra con la forca accompagnava i covoni, che conducevano alla trebbia per la trasformazione del grano.

Un operaio si occupava di prendere le balle di paglia e sistemarle. La catena sembrava funzionare, se si fermava uno, si fermavano tutti. Era un lavoro pesante, sotto un sole cocente. Si cominciava anche lì molto presto: alle sette del mattino, poi la consueta pausa da mezzogiorno alle tre. Il lavoro rendeva più con il fresco del mattino. Il pomeriggio lavorare sotto il sole era durissima. Il sudore, la trebbiatrice, braccia di metallo estirpavano concitate e pulviscolo di paglia spandevano in aria. La trebbia intonava un coro risonante che copriva lo sporadico canto. Con ansia si attendeva la sera, per rinfrescarsi con acqua fresca.
Il giorno dopo, stessi movimenti per trenta giorni. Finita la musica della trebbia, un via vai di trattori che trasportavano il grano e le balle di paglia. Triste era l’arrivo di un temporale, il grigio dell’aia, sembrava un dipinto in cornice, il tempo si fermava per quell’attimo, poi tutto ritornava a splendere. Il grano su enormi teli veniva messo ad asciugare. Quando tutto rispondeva alla regola, si passava alla conservazione nel granaio, che noi chiamiamo: cascione. Immaginate, dopo tutto il lavoro, il meritato riposo. Eh, no! Altre cose e fare d’urgenza. Immagazzinare la paglia nel fienile per l’asino.

L’asino provvedeva al trasporto. La stessa serviva per il suo letto, per il maiale e per riscaldarsi. Settembre alle porte, oltre all’aiuto in campagna, dovevo preparare le mie cose per la scuola. La cartella, i compiti. Il consiglio del maestro: «La quarta elementare non è una passeggiata»; con il dubbio di non aver studiato abbastanza.Non era facile conciliare campagna e studio, eppure avevo fatto l’abitudine. Dopo la trebbiatura, si faceva festa, con balli e mangiare e bere per tutti.  

arte.

GIUGNO… FALCE IN PUGNO, La mietitura tratta dal romanzo autobiografico (LA MIA VITA È UN FILM) di Michele Bortone

Fine giugno, immensi campi dorati di grano, cullati dal vento, sembrano onde del mare. Ho il ricordo del vento forte e freddo, delle nuvole che si rincorrono su e giù giocando a nascondersi dal sole. Ricordo come se fosse ieri, in contrada Serralonga, precisamente il 29 giugno, accovacciato in un mucchio di covoni sognavo nuove avventure e altre cose da imparare. Falce in pugno, si mieteva il grano. Non c’erano macchine e se ce n’era qualcuna costava tanto. L’unico sistema economico erano le braccia.

La raccolta del grano avveniva manualmente e ogni membro della famiglia, svolgeva un ruolo ben preciso. Se la forza-lavoro era insufficiente si era costretti ad assumere lavoranti occasionali. Durante il periodo della raccolta del grano, i mietitori camminavano scalzi o, al posto delle scarpe, calzavano pezzi di copertone presi chissà dove; quelli che avevano le scarpe, invece, per non farle consumare le portavano appese in spalla. Portavano addosso anche i ferri del mestiere, ovvero un paio di falci e tutto l’occorrente per la mietitura. In testa invece indossavano un grosso cappello, a falde larghe, per ripararsi dal sole cocente; sulla nuca mettevano un fazzoletto umido per rinfrescarsi il collo.

Spesso il lavoro veniva fatto “a cottimo” dalla “parànze[1]” ben affiatata. A carico del proprietario del fondo era anche il mangiare, compresi ventitré litri di vino pro-capite, per giornata lavorativa. Prima dello spuntare del sole ci si trovava sul posto per iniziare a mietere. Ci si fermava solo per mangiare. La colazione era a base di insalata di pomodori, cipolla, cetrioli e formaggio di capra. Le persone della parànze mietevano il grano e lo posavano a terra. Altre due si occupano di raccogliere le bracciate, mettendole insieme formando un covone. Un’altra, infine, li raccoglieva e li posava in un determinato posto. Un lavoro che mi spettava, durante la giornata. Mi occupavo di portare da bere ai mietitori, di tenere al fresco l’acqua e il vino; usavamo fare un buco nel terreno, si copriva la fiasca con stracci bagnati, e ci si posavano sopra dei covoni di grano.

A mezzogiorno controllavo che non mancasse niente. Si pranzava, in un unico piatto, grande e smaltato, che conteneva pastasciutta con salsiccia e pezzi di filetto di maiale conservati sotto sugna. Le cinque persone si sdraiavano poi su una coperta, sotto un ombrellone, ognuno mangiava la sua parte senza sconfinare. Il tutto accompagnato da buon vino, salumi e prosciutto nostrano.

«Si fanno ticchi ticchi», come diciamo in dialetto lacedoniese.

E poi c’era la meritata siesta fino alle tre del pomeriggio. Era pericoloso, restare con la testa sotto il sole cocente. La siesta era in aperta campagna, sotto due grandi ombrelloni; ci si addormentava all’ombra e ci si svegliava sotto il sole. Non c’erano alberi, ci si spostava come girava l’ombra. Più di una volta la pennichella pomeridiana era disturbata dai morsi delle formiche. Il mietitore infastidito si alzava allora borbottando!

«Andiamo a vedere i sostituti dove sono arrivati», diceva. Stupito esclamava poi: «Ma quelli non hanno fatto proprio niente, è tutto come l’abbiamo lasciato!»

Sotto un sole cocente i canti dei mietitori, echeggiavano.

«Padrone, vuoi mète ru grane, è ’adduce sauzicchie e maccarune». («Padrone se vuoi mietere il grano, devi portare, salsicce e maccheroni). Altri canti, per coloro che raccoglievano bracciate di grano per trasformarli in covoni. «Piglie la fiaschè e và pè l’ande[2], nun date a bève a lu jèrmitatore. Quire rèste li jèrmite avante, per fare spigulà[3] ’ste doie figliole».

(«Prendi la fiasca del vino e vai, non dare da bere a quei due che raccolgono le bracciate. Loro lasciano le bracciate di grano per terra, per le due ragazze».)

A sera al tramonto del sole, strada facendo, i contadini si chiedevano tra loro: «Hai finito… domani dove vai?». «Ho finito di mietere», rispondeva l’altro, «devo tornare per raccogliere i covoni, una mezza giornata».

La giornata di lavoro cominciava alle quattro del mattino e finiva alle otto di sera. A tarda sera, poi, seduti al fresco, ci raccontavamo le avventure della giornata. Mia madre preparava il sugo e al mattino, di buon’ora, cuoceva la pasta, la condiva e la portava in campagna per il pranzo di mezzogiorno. La mietitura durava all’incirca tre settimane. Poi si ricominciava con un altro lavoro: trasportare i covoni all’aia più vicina.

Durava quindici giorni, ma tutto dipendeva dal raccolto. Altri sacrifici, per non farsi mordere dalle mosche e dai tafani, che succhiavano il sangue anche all’asino. Ci si alzava alle quattro del mattino. L’asino con “gegne[4]”, per il trasporto dei covoni dalla campagna all’aia. Sull’aia una persona capace, bravo come un muratore, li affilava e faceva un “pignone[5]”. Un’opera d’arte, considerando che restava esposto sull’aia, al vento e alla pioggia. Una meraviglia, tutti uguali, a base rotonda; poi man mano a restringersi.

I mestieri del contadino erano la semina, la mietitura, il trasporto dei covoni, la trebbiatura, pulire il terreno dalle stoppie. Lo faceva prima che il tempo cambiasse, altrimenti le stoppie si bagnavano e non bruciavano. Il tempo passava lasciando il segno della vita, giorni tristi si susseguivano lasciando momenti di tristezza e solitudine.

1)Gruppo formato da quattro mietitori e un legatore, adibito alla legatura dei covoni.

2) L’ande: una determinata larghezza di grano da mietere.

3) Spigolare: persone che raccolgono spighe di grano nelle messi.   

4) Gegne: attrezzi in legno per il trasporto dei covoni.

5) Pignone: Un assieme di covoni esposti sull’aia in attesa della trebbiatura.

MUSICA

DIEGO MORENO alla Vita in Diretta

Di Stefano Prestisimone
E’ stato per tantissimi anni il fido partner di Fred Bongusto, come chitarrista, leader dell’orchestra e arrangiatore dei suoi brani. Diego Moreno, all’anagrafe Diego Lemmi, è un argentino ormai trasferitosi in Italia da decenni e con alle spalle una carriera solista di un certo rilievo, muovendosi tra il tango argentino e la musica latino americana. Ma l’esperienza accanto a Fred gli è rimasta nel cuore e per l’83esimo compleanno del grande crooner di Campobasso, festeggiati il 6 aprile scorso, ha deciso di far uscire il primo dei due cd che fanno parte di un progetto legato al suo pigmalione.

Il disco si intitola “Canzoni di Buongusto” e con Moreno, a interpretare gli 8 pezzi in scaletta di questo capitolo 1 ci sono Fabio Concato, Peppino Di Capri, Paolo Fresu, Maria Nazionale, Natalio Mangalavite, Tony Esposito, Antonio Onorato e altri. I titoli vanno da “Spaghetti a Detroit” a “Doce doce”, da “Amore fermati”, a “Balliamo”.

sotto Diego Moreno una pausa dal suo lavoro.

Si potrebbe iniziare a parlare di questo artista argentino (oramai napoletano d’adozione) dicendo che è partito dal Sudamerica per arrivare al mondo con il suo linguaggio musicale originale e coinvolgente.
Dopo aver fatto parte del gruppo TAWA (RTImusic/IT) per 7 anni come leader, compositore, cantante e chitarrista, inizia per Diego Moreno il periplo da solista col disco “La vida es un Carnaval” (IT/SONYmusic), singolo premiato a Miami (USA) come “Migliore versione alternativa”. Seguirà “Ritmo Loco” brano che raggiunge le vette della Hit Parade spagnola in poco meno di un mese (più di centomila copie vendute!) incluso in due delle “Compilation Latine” più importanti della penisola Iberica.

Nel 2004 Diego insieme alla OverLook producono l’album “TangoMoreno” (14 brani di cui 4 inediti) al quale, nel 2006, seguirà un progetto letterario oltre che musicale: “Cada dìa canta mejor, il mio Don Carlos Gardel” libro/Cd sulla vita del più grande cantante/autore di tango di tutti i tempi, libroCD che ha avuto, oltre alle due edizioni italiane, anche 2 edizioni in lingua spagnola. Parallelamente alla sua carriera solista, Diego curerà gli arrangiamenti di più di 30 brani di uno dei Grandi della musica leggera italiana: Fred Bongusto, con il quale collaborerà per oltre15 anni. Sempre nel 2005 “El Moreno” dirige una “mega produzione” discografica, realizzata nella sua totalità in Sudamerica, dal titolo: “RitmoLoco The 40 greatest all-time latino hits” DiegoMorenoProject, (Recording Arts). Successivamente Diego svolge il ruolo di direttore artistico nel progetto “Venceremos”, nel quale inserisce il brano inedito “A pesar de Todo” ed una versione originalissima della celeberrima “Bella Ciao” in lingua spagnola (più di 12.000.000 di visualizzazioni ad oggi sul canale YouTube). Collabora inoltre agli arrangiamenti del progetto “Poeta Massimo” (WarnerMusic), poesie di Massimo Troisi musicate da Enzo Decaro e successivamente produrrà “CLOCHARD”(IMAIE –DMP) concept-album scritto a quattro mani con il poeta e scrittore Michele Miscia. Quindi si dedica a un nuovo progetto, originale ed unico : “TangoScugnizzo” (DMP2008), Tango e Musica Napoletana in un respiro unico e passionale. “TangoScugnizzo” (Premio Masaniello 2014), sembra essere l’epilogo di una trilogia “tanguera” insieme a “La Voce del Tango” (libroCD) e a “TangoMoreno”(CD). L’Ambasciata Argentina in Italia dichiara “d’interesse culturale” e dà il suo Patrocinio a questi progetti.

Il sesto album di inediti s’intitola “Regresaré” (Edel DMP) ed è un ritorno al Sound Latinoamericano. Dario Salvatori, noto critico musicale ha detto di Diego : “Ascoltare le novità di DiegoMoreno è sempre un piacere. Le sue sono “desbandes” creative e ricche di feeling. E’ un autentico orgoglio che un artista così sensibile si senta anche italiano.
A dicembre 2015 è il turno di “Dónde” singolo scritto da Diego, che anticipa un nuovo album, un brano che intraprende, con una sonorità coinvolgente, un “viaggio musicale di libertà”. Arrivati al 2016 ecco: “Todos” (Recording Arts), brano che dà titolo anche all’album, una canzone pop con un ritornello coinvolgente ed un messaggio di solarità e positività … con un Ritmo Irresistibile!
Ora Diego si accinge a far uscire il suo nuovo progetto: “Che Bella Idea! Canzoni di BuOngustO”. Un viaggio nella melodia italiana d’eccellenza, parte dell’opera di Fred Bongusto, in un percorso scintillante di bellissimi brani che hanno lasciato il segno nell’immaginario collettivo italiano e non solo. Album che ha come Ospiti d’Onore tra gli altri: Peppino Di Capri, Fabio Concato, Enzo Gragnaniello, Paolo Fresu. Diego Moreno vi da il : Bienvenidos al Mondo del Buongusto!

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LA MADONNA DELLE GRAZIE, FA RITORNO ALLA SUA DIMORA

Durante la transumanza dei vaccari montellesi in contrada Forna, attratti dall’area nei pressi del fiume Osento, dove erano soliti far pascolare gli animali. Scoprirono in un cespuglio la statua della Madonna, che portarono nel loro paese, ma la statua scompare. La tradizione popolare, Tale statua scomparsa, venne ritrovata da contadini lacedonesi sopra un olmo, nei pressi del sito dove il Santuario, con probabilità venne edificato.
Altra spiegazione si rifà alle ricerche dello storico lacedoniese, Pasquale Palmese, secondo cui la statua della Madonna, con altri reperti religiosi, venne realizzata da alcuni vaccari di Montella abili intagliatori, che donarono “alla spoglia Cappella”.

 

Nel 1850 ultimati i lavori di ricostruzione della volta, ordinati dal prete Raffaele De Mauro, l’intero edificio crolla, a causa dell’eccessivo peso dell’aggiunta struttura. La riedificazione della cappella, nel luogo al precedente, venne finanziata con le “limosine” raccolte tra la popolazione, 120 ducati d’oro, di cui 100 ducati donati dal Re Ferdinando II, di passaggio per Lacedonia. Nel 1857 il Cappellano Giuseppe Lavacca fece restaurare l’immagine della Madonna.

 

Il Lunedì in Albis, la statua della Madonna delle Grazie viene portata in processione fino alla Cattedrale di Lacedonia, vi rimane per circa un mese. Successivamente, la prima domenica di maggio, la statua fa il viaggio inverso, dalla Cattedrale, intorno alle sette del mattino, per raggiungere il Santuario verso le 10, dove viene ricollocata al suo posto. Per tutto il giorno seguono festeggiamenti, con la banda musicale di Lacedonia, picnic e grigliate all’aperto, al tempo stesso negli odori e sapori, si mescolano per risaltare la tradizionale accoglienza lacedoniese.

Foto gentilmente concesse da Antonello Pignatiello.

Anno 1942. MADONNA DELLE GRAZIE (archivio F. Sessa)